Omelia Giorno di Pasqua, 5 aprile 2026
Cattedrale di Imola
Era proprio lo stesso giorno, quello della Risurrezione di Gesù, che due dei discepoli erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto, con il volto triste. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
I due discepoli camminano carichi di delusione per la morte di Gesù, avevano un’idea di come Gesù avrebbe dovuto salvare Israele e, davanti alla croce, a quella croce, concludono che tutto sia finito, che non c’è più speranza. Ogni giorno noi siamo investiti da notizie sempre più tragiche e da analisi sempre più disperanti; sembra non ci sia via d’uscita, che la pace sia impossibile. E anche noi cristiani possiamo cedere a questo clima e perdere la speranza. E in fondo la tristezza nasce da un ultimo essere scettici. Ma il Signore che comprende la nostra situazione, la nostra umanità, non ci abbandona in questa tristezza. Gesù che risorge non compie gesti clamorosi, eclatanti. Nel racconto dei discepoli di Emmaus si avvicina addirittura con discrezione, come un viandante qualsiasi, che chiede di condividere un po’ di pane. Addirittura, essi lo credono un forestiero, e si accorgono di Lui solo al momento di condividere la tavola.
Carissimi, ciò che abbiamo ascoltato è il metodo fondamentale dell’avvenimento cristiano, del modo con cui Cristo si fa incontrare nella storia. Il Signore si fa presente a noi attraverso l’umano, condividendo il cammino quotidiano di ciascuno di noi. Cristo si rende presente dentro una compagnia umana che inizialmente non viene riconosciuta come divina. La potenza di Cristo risorto riempie di senso ogni gesto umano, la quotidianità. Nella Sua Pasqua tutto può diventare grazia perché pieno della Sua presenza, anche le cose più ordinarie: mangiare, lavorare, aspettare, curare la casa, sostenere un amico. La Risurrezione dona nuovo significato al tempo e a tutti i nostri gesti.
Spesso ciò che ci impedisce di riconoscere questa presenza di Cristo nel quotidiano è la fatica ed il dolore. I discepoli di Emmaus camminavano tristi perché speravano in un altro finale. Ma Gesù si mette accanto a loro e con pazienza li aiuta a capire che il sacrificio è la strada attraverso cui Dio manifesta tutto il suo amore. L’ultima parola non è la delusione o la morte. Nessuna notte è eterna, nessuna ferita è destinata a non rimarginarsi. Niente potrà spegnere la forza dell’amore di Dio, del Suo Cuore trafitto.
Il Risorto è la nostra speranza nei luoghi più oscuri, nei nostri fallimenti, nelle relazioni logorate, nelle fatiche quotidiane, nei dubbi che ci scoraggiano. Come ai discepoli di Emmaus il Signore risorto si affianca a ciascuno di noi, cammina con noi e ci chiede di lasciarci riscaldare il cuore. Egli desidera manifestare la sua presenza, farsi nostro compagno di strada e accendere in noi la certezza che la Sua vita è più forte di ogni morte. È qui che può nascere una speranza anche davanti al male. il nulla non è l’ultima parola.
Dopo la Sua Resurrezione, incontrando i suoi, il suo saluto è: «Pace a voi!» (Gv 20,19). E Gesù mostra ai discepoli le mani e il fianco con i segni della passione. Le ferite non sono a rimproverare, ma a confermare un amore più forte di ogni infedeltà. Sono la prova che, proprio nel momento del nostro venir meno, Dio non si è tirato indietro. Ci ha amato fino in fondo.
«Pace a voi!» E aggiunge: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (v. 21). Con queste parole, affida agli apostoli un compito: essere nel mondo strumenti di riconciliazione e di pace.
Anche a noi il Signore mostra le sue ferite e dice: Pace a voi. Non dobbiamo aver paura di mostrare le nostre ferite risanate dalla misericordia. È la forza che ha fatto nascere e crescere la comunità cristiana: uomini e donne che hanno scoperto la bellezza di tornare alla vita per poterla donare agli altri.
Con Lui può nascere la pace. Abbiamo il compito di dirlo a tutti.
Mons. Giovanni Mosciatti
vescovo della Diocesi di Imola
05/04/2026