Presbiterio diocesano e formazione permanente – seminario diocesano di Imola

Avendo noi contribuito alla consultazione attraverso la quale è stata preparata l’assemblea della Cei sulla vita e la formazione permanente del clero[1], è opportuno che ne riceviate una risonanza spirituale immediata, in attesa che venga elaborata, approvata e diffusa una lettera collettiva dei vescovi italiani ai loro preti. Lo strumento, il tramite di questa risonanza è debole, ma essa è forte in se stessa: si riassume nella proposta di una vita sacerdotale più comunitaria, centrata sul presbiterio diocesano. Di esso, personalmente avevo una idea piuttosto astratta, benché il Vaticano II nei suoi testi (a partire da LG 28) fosse stato preciso nell’estrarre dalla Tradizione le sue formulazioni. Ci fa bene rileggerlo: «I presbiteri, saggi collaboratori dell’ordine episcopale e suo aiuto e strumento, chiamati al servizio del popolo di Dio, costituiscono con il loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinato a uffici diversi… E a ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nella missione, i presbiteri riconoscano nel vescovo il loro padre e gli obbediscano con rispetto. E il vescovo consideri i suoi sacerdoti suoi cooperatori come figli e amici». Né il vescovo (sia titolare sia emerito) può stare senza i preti, né questi possono fare a meno del vescovo.

I

Dietro alla formulazione della Lumen Gentium si nascondono i nostri problemi esistenziali: qui davvero il Concilio ha parlato di noi; qui si tratta di applicare il Concilio guardandoci negli occhi e non parlando in termini generali, del tipo “si dovrebbe…”. Il presbiterio è identificabile come il luogo-segno nel quale tutti i presbiteri, secolari e religiosi, sono uniti con il vescovo e tra di loro con uno speciale rapporto di corresponsabilità e fraternità[2]. In un certo senso, il primo luogo di formazione sacerdotale è il presbiterio, non il seminario. Questo è uno strumento indispensabile e sussidiario di cui quello si è dotato negli ultimi secoli, anche se di fatto ci si preoccupa molto del seminario e poco della formazione permanente del clero. In realtà, la formazione inizia con gli anni trascorsi in seminario, ma dura per tutta la vita del sacerdote “senza subire rotture o soluzioni di continuità”[3]. Nella Pastores dabo vobis, n. 70, Giovanni Paolo II parla di essa come di un “processo di continua conversione”. E la lettera della Commissione Cei per il clero del 18 maggio 2000 sostiene la necessità di un “salto di qualità” nella formazione permanente, che deve passare da iniziative estemporanee ad un vero progetto organico[4]. Ma la formulazione più incisiva e aggiornata è reperibile nelle parole rivolte da papa Francesco il 3 ottobre scorso alla Plenaria della Congregazione per il Clero: «La formazione di cui parliamo è un’esperienza di discepolato permanente, che avvicina a Cristo e permette di conformarsi sempre più a Lui. Perciò essa non ha un termine, perché i sacerdoti non smettono mai di essere discepoli di Gesù, di seguirlo. Quindi, la formazione in quanto discepolato accompagna tutta la vita del ministro ordinato e riguarda integralmente la sua persona e il suo ministero. La formazione iniziale e quella permanente sono due momenti di una sola realtà: il cammino del discepolo presbitero, innamorato del suo Signore e costantemente alla sua sequela».

II

Tornando all’assemblea dei vescovi italiani, l’intento dichiarato era quello di formulare “un’agenda”, cioè non di redigere un direttorio della formazione presbiterale, ma di avviare un processo, di delineare un itinerario, qualcosa cioè che andasse oltre le semplici raccomandazioni o la registrazione di esperienze locali. Si tratta di un processo di condivisione, che imprimerà una svolta alla vita del clero: si fa presto a enunciarlo, ma occorre essere consapevoli della buona volontà e pazienza che richiede per entrare nella nostra mentalità e nel nostro costume. Si tratta in particolare di favorire le forme di fraternità sacerdotale e la corresponsabilità con i laici, nonché un più concreto apprezzamento per la vita consacrata. Tutto ciò implicherà anche uno stile di confronto più franco e aperto sia in seno al presbiterio sia negli organismi collegiali (Consiglio presbiterale e Consiglio pastorale).

Un altro cambiamento da affrontare consisterà nell’intensificare le forme di esercizio del ministero che ne esprimono l’essenziale, secondo l’indicazione ben nota di Atti 6,4: riservarsi alla preghiera e alla predicazione, comporta anzitutto un decentramento da sé e dalle attività alle quali ci si è affezionati; non ritenersi indispensabili; trovare dei collaboratori volontari, formarli, coordinarli, fidarsi di loro, anche per quanto riguarda l’uso del denaro, e così via. È importante che le scelte a questo riguardo vengano maturate insieme, per tempo, e non vengano compiute sotto la pressione delle urgenze o delle emergenze. Il vescovo è chiamato a dare l’esempio, condividendo i suoi doveri con il vicario generale, i vicari foranei, preti e laici maturi e stimati. Mi rendo conto che anche a lui incombe l’obbligo di preparare i collaboratori ad assumersi impegni di maggiore responsabilità.

Riprendiamo il tema generale della formazione sacerdotale. Essa avviene nell’esercizio del ministero, ma sono necessari anche dei momenti specifici, per “rigenerare il vissuto”. Ogni presbiterio ha le proprie consuetudini, che converrà rivedere alla luce di quanto veniamo considerando. Dal confronto assembleare di Assisi sono emersi alcuni suggerimenti, che mi ripropongo di sottoporre al Consiglio presbiterale. Ve li anticipo:

– formulare una proposta complessiva di formazione permanente, riguardante sia il clero giovane sia quello più maturo;

– prevedere ogni anno un paio di incontri residenziali sia per i preti juniores sia per i preti maturi sulla base di un progetto interdiocesano;

– strutturare gli incontri mensili di vicariato in modo da favorire la verifica comunitaria delle attività pastorali;

– verificare nel Consiglio presbiterale la fraternità sacerdotale, anche quella vissuta all’interno dei movimenti ecclesiali.

In sintesi, mi sembra di capire che l’orientamento emergente non soltanto dall’assemblea Cei ma anche dal recente magistero pontificio e dal confronto collegiale tra vescovi ruoti attorno al superamento dell’idea di prete singolo, guida di una comunità del tutto autonoma (quasi una diocesi in miniatura?), per privilegiare la fraternità sacerdotale che si traduce nella collaborazione e integrazione sistematica, già all’interno della parrocchia, come pure tra parrocchie, facendo spazio all’approccio missionario e alla ministerialità. Per spiegarmi meglio, riporto un passaggio dalla conversazione che monsignor Luciano Monari tenne ai preti juniores delle diocesi romagnole il 10 gennaio 2011: «Quando un prete viene ordinato, entra a far parte di un presbiterio e partecipa alla costituzione del segno sacramentale di Cristo pastore in una diocesi particolare… Non è corretto pensare che un prete abbia il suo ministero particolare e debba badare solo a quello; che il parroco, ad esempio, abbia tutta e sola la responsabilità della cura d’anime delle persone della sua parrocchia. Ogni prete è prima di tutto responsabile di tutta la pastorale diocesana. Il ministero particolare che gli viene affidato (…) è una specificazione necessaria perché il servizio diocesano sia efficace, ma non è una restrizione di responsabilità…»[5].

La nuova impostazione della vita presbiterale, centrata più sui dinamismi del presbiterio e della pastorale integrata che sull’incarico specifico di parroco di una singola parrocchia, favorisce il superamento di uno schema mentale che assimila il parroco ad un libero professionista, come il medico condotto, il quale si interessa esclusivamente dei pazienti che lo hanno scelto. I caratteri distintivi di questa nuova immagine di prete hanno una ricaduta immediata sulla formazione seminaristica, la quale si presenterà non più come un periodo di studio e di addestramento, ma come una forma di iniziazione, con più spazio per la messa alla prova della vocazione, non solo nella propria parrocchia di origine, ma in vari ambienti umani. Inoltre fa emergere l’esigenza di una qualità più elevata delle iniziative di formazione permanente, che non possono più essere lasciate all’estro, e talvolta all’improvvisazione, dei presbitèri vicariali.

III

Per concludere, una parola sul nostro presbiterio diocesano. Sono grato a tutti voi miei confratelli nel sacerdozio, perché ricevo esempi di dedizione e attestati di condivisione delle responsabilità pastorali; sono trattato con rispetto e comprensione. Ritengo però che dobbiamo compiere dei passi in avanti nel settore amministrativo, facendo funzionare pienamente i Consigli per gli Affari economici. Quattro occhi vedono sempre meglio di due, anche quando si è convinti (con una punta di presunzione e con un’errata interpretazione della responsabilità) di essere all’altezza della situazione, di cavarsela da soli, di trovare nei collaboratori più un paravento o addirittura un intralcio che una vera condivisione. La gestione del denaro da parte di alcuni tende ad essere empirica e discrezionale, il doveroso controllo da parte del vescovo, dei vicari foranei e dell’Ufficio amministrativo tende ad essere mal sopportato, il risparmio e la sua destinazione sono stati spesso attuati in modo inaccettabile. Questo discutibile modo di intendere l’autonomia amministrativa non favorisce certamente né la fraternità sacerdotale, né la corresponsabilità dei laici, né la formazione permanente. Ciò non toglie che vi siano tra noi zelanti ed esperti amministratori, i quali in certi casi aiutano i confratelli in difficoltà. Altri sopportano condizioni economiche precarie, avendo la responsabilità di parrocchie non autosufficienti.

Se quello dell’amministrazione è un aspetto problematico della nostra vita presbiterale, converrà periodicamente metterlo a tema nei nostri incontri vicariali, diocesani, interdiocesani, non per cercare l’impostazione perfetta, ma per affrontare i problemi insieme. E non sono pochi: pensiamo anche solo alla conservazione degli edifici di culto e loro pertinenze. Non ce la caveremo certamente dicendo: mettiamo tutto in mano a dei laici. Lo faremo gradualmente, recuperando l’eventuale ritardo e adottando un criterio di corresponsabilità, non di delega in astratto.

Al problema amministrativo si connettono anche quello dei rapporti interpersonali in seno al presbiterio e quello del mantenimento della salute, soprattutto nell’età più avanzata. Abbiamo una casa per esercizi e una casa del clero, che rappresentano un patrimonio spirituale e materiale invidiabile. Attualmente, entrambe versano in difficoltà, più per cause di disaffezione e scarsa fiducia che per reali ristrettezze economiche. Mi guardo bene dal tentare di provvedere da solo o in modo autoritario, con la collaborazione di poche persone a me gradite, ad adeguarle alle mutate condizioni ed esigenze. Chiedo però fiducia e collaborazione: ci vorrà tempo.

Quando ha chiamato ciascuno di noi al sacerdozio, nostro Signore non era distratto, né in seguito si è pentito di averlo fatto. Anzi, se siamo insieme in questa diocesi noi e non altri, è perché Lui ci ha scelti uno per uno in relazione agli altri e in relazione al vescovo. Stimiamoci e accettiamoci così come siamo: non mercenari e neanche liberi professionisti, ma veramente fratelli. Rispolveriamo la parola clericale: confratelli, che semmai si lamentano gli uni con gli altri di essere poco ricordati, poco aiutati, ma che non si ignorano, non si evitano, non si chiudono in se stessi.


[1] L’assemblea si è tenuta ad Assisi, dal 10 al 13 novembre 2014. Si è parlato anche degli aspetti sociologici del dlero italiano e delle strutture residenziali per i preti bisognosi di cure, come pure per quelli che hanno subito condanne giudiziali. La consultazione dei preti diocesani si era svolta tra giugno e settembre. Dall’assemblea non è uscito alcun documento, al di là del comunicato stampa finale. Tentiamo di coglierne però gli orientamenti.
[2] Cfr XLVI Assemblea CEI, Orientamenti: ECEI 6/2488.
[3] CEI, La formazione … Orientamenti e norme. Appendice, n.4: ECEI 3/400.
[4] Cfr ECEI 6/2777.
[5] Relazione di mons. L. Monari …:Diocesi di Imola, Bollettino, n.1 (gennaio – aprile) 2011, p. 69s.