Intervento a conclusione della Tre giorni del clero

La nostra riunione annuale, che segna la ripresa dell’ordinaria attività dopo le ferie estive, si è svolta con una buona partecipazione, nella sua consueta sobrietà che, pur senza la pretesa di affrontare i temi di maggiore attualità pastorale, consente almeno di inquadrarli e di dare vita ad un minimo di dibattito. In questa occasione abbiamo la possibilità anche di salutare qualche confratello che arriva e qualcuno che parte. Così abbiamo fatto con la Comunità Missionaria di Villaregia, che continuerà comunque ad essere presente in diocesi con le sue specifiche iniziative tese a promuovere la pienezza dell’esperienza ecclesiale tra le famiglie e tra i giovani. E’ rimasto più sullo sfondo il saluto ai Missionari del Preziosissimo Sangue, tre sacerdoti di nazionalità indiana, perché ancora in corso di trasferimento. La loro congregazione, presente in altre diocesi dell’Emilia Romagna, introduce nel nostro territorio un carisma che richiama non soltanto il fatto storico della detenzione di san Gaspare del Bufalo prima nella rocca di Lugo e poi ad Imola, nell’ex convento del Carmine, ma anche la disponibilità che ci è richiesta a soffrire persecuzione e limitazione della libertà a causa del Signore Gesù.

Il valore del seminario
Rivolgo un particolare, affettuoso ringraziamento al rettore del seminario, don Pierpaolo Martignani, per l’ospitalità e il servizio svolti in questi tre giorni. L’edificio del Seminario diocesano attualmente, come è noto, vede, la presenza di cinque o sei enti, le cui disparate attività mettono spesso alla prova le responsabilità e le attività proprie di chi dirige. Possiamo parlare di Via Montericco più come del “centro pastorale diocesano” che del seminario vero e proprio. Prenderne atto non significa però rinunciare a perseguire in modo sistematico e partecipato la cura pastorale dei germi di vocazione sacerdotale che, anche in seno ad una società secolarizzata e a classi di età esigue, il Signore continua a suscitare. Neppure significa rinunciare ad avere un luogo specificamente dedicato al discernimento vocazionale e all’itinerario di formazione sacerdotale. E’ vero che le diocesi della Romagna con Bologna hanno dato vita ad un unico seminario maggiore (del quale nel prossimo anno si celebrerà il centenario), ma ciò non rende necessariamente superflua la funzione del seminario diocesano, sia per la formazione permanente tanto dei ministri ordinati quanto di quelli istituiti, sia per il discernimento iniziale. Ovviamente, ciascuno porta la propria quota di responsabilità nei confronti del Seminario e avendo un suo ruolo specifico da svolgere, mentre al Rettore competono regia, coordinamento e sintesi. Si comincia dalla preghiera: trovo particolarmente opportuno che venga diffuso il calendario delle ore di adorazione nella cappella del Seminario. Inoltre, che si coltivi il contatto con i gruppi di chierichetti e infine che si pensi a proporre a singoli giovani o piccoli gruppi delle giornate di vita comune.
Quest’anno ai due seminaristi – Marino Angelocola in Propedeutica e Riccardo Bacchilega in terza teologia – non si aggiungerà nessun nuovo candidato. Non ci lasceremo prendere dalla rassegnazione, tenendo presente l’evoluzione del “fenomeno vocazionale” e del metodo formativo, sempre più “personalizzato”. Seguiremo con particolare attenzione e con speranza l’ormai imminente Sinodo dei Vescovi sui giovani, che si occuperà espressamente – per la prima volta nella storia recente della Chiesa – del discernimento vocazionale.
Le specifiche attività formative che fanno capo al Seminario sono decisamente varie. Fra queste, la precedenza spetta alle attività dell’Istituto San Pietro Crisologo (attualmente in attesa di un nuovo direttore), che quest’anno propone un corso dedicato agli operatori pastorali. Vale la pena osservare che la proposta formativa dell’Istituto non è semplicemente culturale, del tipo “università per adulti”, ma punta all’approfondimento della fede attraverso il contatto con la Scrittura, i Padri, le grandi scuole di teologia e di spiritualità e avendo come testo di riferimento il Catechismo della Chiesa Cattolica. Sono convinto che la sua importanza stia aumentando, in risposta al bisogno di formazione e in corrispondenza al livello degli insegnamenti impartiti.
Soffriamo insieme per la scarsità di seminaristi, che rivela la sterilità dell’attuale generazione. Ai figli, sempre meno numerosi, vengono trasmessi solo alcuni elementi della fede; li si cura troppo poco sul versante spirituale, tanto in famiglia, quanto nella scuola ed anche nelle parrocchie. Tra preti, forse ci aiutiamo poco e ci parliamo anche poco, occupati come siamo nell’adempimento personale dei nostri incarichi, rischiando di chiuderci ciascuno nel proprio guscio. Il Signore però non permetterà che ci riduciamo insensibilmente a funzionari del culto; ci stimolerà attraverso gli stessi ragazzi, ai quali non è giusto imputare l’assenza dalla Chiesa, quando sono gli adulti stessi che la disertano.

Educazione alla santità
Abbiamo dedicato la riflessione iniziale di questa tre giorni al tema della santificazione, notando come, accanto alle forme straordinarie di santità, ne esistano e siano da riconoscere quelle che papa Francesco vede diffuse nel popolo di Dio: “Nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare a casa il pane, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere” (GE, 6). A me piace aggiungere che per il nostro Presbiterio diocesano la via più normale e doverosa alla santità può consistere nell’avvicinare e dedicare tempo ai ragazzi e ai giovani, sia personalmente, sia con l’aiuto di educatori. Mi spingo alla pignoleria: nell’esame di coscienza serale, chiediamoci se abbiamo trascorso almeno un’oretta nell’oratorio. Questa è la forma di ascesi che più ci si adatta, la più specifica, in assenza della quale non faremo progressi sulla via della santificazione. E quanto agli educatori di cui ogni parrocchia ha bisogno (non solo per il periodo dell’”Estate Ragazzi”), ritengo che vadano cercati assiduamente non soltanto tra i giovani, ma anche tra i genitori, compresi i papà. Mi si dirà che sono un utopista, ma resta il fatto che i genitori sono i primi educatori dei figli e che la parrocchia è chiamata non a sostituirli ma a farli collaborare tra loro.

Da una pastorale “clericale” ad una “familiare”
Volendo racchiudere in una formula il riassetto delle parrocchie, tema al quale abbiamo dedicato la mattina di ieri e parte di questa, direi: l’obiettivo dell’anno 2018-19 è passare da una pastorale “clericale” ad una pastorale “familiare”, cioè da una pastorale che fa perno prevalentemente sul ruolo e l’opera del parroco ad una pastorale impostata sui gruppi di famiglie: le famiglie più giovani, quelle con figli avviati all’iniziazione cristiana, quelle di anziani. E’ consolante ed entusiasmante scoprire l’azione dello Spirito Santo nei coniugi cristiani, le potenzialità inespresse delle famiglie. Esse giustamente nei documenti del Magistero vengono presentate come soggetti e non solo oggetto dell’azione pastorale. Sia chiaro quindi che noi ministri della Chiesa né ci sostituiamo ai genitori né li chiamiamo a collaborare con noi nella vita della parrocchia, ma al contrario, nell’intero arco dell’azione educativa, ci mettiamo al loro servizio riunendoli e integrando la loro azione.

Il metodo: la sussidiarietà
Si è fatto cenno, in questi giorni, anche al metodo pastorale. Colgo l’occasione per richiamare un criterio metodologico generale, derivabile da uno dei principi permanenti della dottrina sociale cristiana, il principio di sussidiarietà. Costituendo le unità pastorali, non abbiamo provveduto empiricamente a rimediare alla diminuzione del clero, ma abbiamo cercato di aiutare le piccole parrocchie, le quali da un lato sono ammirevoli per la loro coesione interna, la loro fedeltà, il radicamento sul territorio, ma dall’altro singolarmente non riescono ad esprimere tutta la ricchezza della vita cristiana né a rispondere a tutte le esigenze della liturgia, della catechesi, della carità. Mettendosi insieme (di solito attorno alla parrocchia più popolosa), un gruppetto di parrocchie con pochi fedeli riuscirà a conseguire quella pienezza di vita ecclesiale che non mortifica ma anzi valorizza le piccole comunità. L’adesione al principio di sussidiarietà, in base al quale il soggetto di maggiori dimensioni non deve sostituirsi a quello inferiore ma supplirne le insufficienze, eviterà quindi che la parrocchia principale assorba o lasci languire le piccole parrocchie rurali. Nella nostra diocesi, non vi è attualmente all’orizzonte alcuna riduzione del numero delle parrocchie, benché alcune siano rimaste con un numero veramente esiguo di residenti.

2018-10-24T12:26:08+00:00