Intervento all’assemblea diocesana

Siamo grati al Signore per l’esperienza che ci ha fatto vivere insieme in questo pomeriggio domenicale. È lui che ci ha convocato e ci fa progredire aspettandoci l’un l’altro; è lui che ci attira a Sé per renderci pienamente felici, cosa che sembra impossibile, se guardiamo alle preoccupazioni, alle sofferenze, alle carenze nostre, ma che non è impossibile per Lui, anzi corrisponde al suo progetto. La gratitudine si estende a tutti coloro che hanno lavorato per preparare e gestire l’assemblea, a coloro che – come le monache – hanno pregato e a tutti voi che avete partecipato.
Quanto abbiamo fatto corrisponde alla volontà del Signore Gesù, che ci ha chiamati a sé non separatamente, ma facendo di noi un popolo che gli appartiene e che diventa segno di unità per tutto il genere umano. È vero che ciascuno risponde di sé stesso, ma anche degli altri, perché siamo interdipendenti. Ci si deve quindi ascoltare a vicenda e si deve dare a tutti la possibilità di esprimere un parere, un bisogno, perché lo Spirito Santo è disceso su tutti, anche se poi i doni sono diversi e non a tutti è dato quello della parola.
Del resto, non si deve fare sfoggio di eloquenza; in certi casi basta alzare una mano o dare un voto. La consultazione del popolo (attraverso i suoi rappresentanti o delegati) è comunque importante, perché non possiamo permetterci di sottovalutare o ignorare i doni che lo Spirito distribuisce con larghezza, come vuole. Due tendenze sbagliate vanno rapidamente segnalate, per liberarci da possibili prevenzioni: la tendenza a ritenere le consultazioni qualcosa di rituale e formale, quindi sostanzialmente inutili e semmai da limitare ai soli esperti; la tendenza a pretendere che il proprio parere venga tenuto in considerazione più degli altri, minacciando in caso contrario di boicottare la consultazione.
È opportuno notare anche questo: le consultazioni servono non per consegnare ad orientamenti già predeterminati il consenso più ampio, ma per intercettare la varietà delle esperienze, delle spiritualità, degli appelli suscitati dallo Spirito Santo. Non vanno perciò circoscritte alle questioni intra-ecclesiali. Nessun assemblearismo dunque, ma neanche decisionismo: la docilità allo Spirito Santo comporta questo tipo di attenzione ai fratelli che formano con noi il popolo di Dio. I pareri espressi verranno raccolti e ordinati da componenti del Consiglio Pastorale Diocesano e consegnati a me per un utilizzo adeguato. Mi atterrò alla procedura usata nel sinodo diocesano, ovviamente semplificandola ma non tradendola. Conto di ricavare alla fine delle indicazioni pratiche, come attuazione della nota pastorale di due anni fa “Entrare nella giovinezza della Chiesa” e di consegnarle alla diocesi nei prossimi mesi, anche come completamento del mio servizio episcopale.
Come sapete infatti in agosto compirò i 75 anni ed è mio desiderio attenermi a questa scadenza per consegnare il pastorale – segno del ministero specifico del vescovo – ad una mano più giovane e più vigorosa. Ciò che importa tuttavia non è che sia io o un nuovo vescovo a guidare la diocesi, ma che in essa venga riportato all’unità – nella persona e nell’azione del vescovo – tutto ciò che lo Spirito suscita. L’unità non significa unanimismo, ma comunione.
L’unità di pensiero e di azione non va perciò confusa con il raggiungimento di un accordo di mediazione tra punti di vista divergenti: essa rimane sempre un dono di Dio, necessario per l’esplicazione di tutti gli altri doni. Perciò è realizzata attraverso un sacramento, da un intervento del Signore che sceglie un battezzato (anche quando gli viene presentato dal popolo) e lo consacra sacerdote, cioè gli comunica il suo Spirito in ordine alla convocazione, alla santificazione e al governo della Chiesa.
Si deve quindi rispettare il ruolo del vescovo e del presbitero, rinunciando a tirarlo dalla propria parte; ma si deve anche svolgere fino in fondo il proprio ruolo tanto nella Chiesa quanto nella società civile. Solo così si fa sinodo, cioè si cammina insieme.

2019-03-04T19:15:38+00:00