Messa della Passione – 19/04/2019

Il racconto della passione, inquadrato nelle due letture che lo hanno preceduto, anzitutto suscita commozione. La esprimeremo con il canto e con l’adorazione della croce; è espressa anche dall’uso di non celebrare oggi né domani l’Eucaristia, lasciando l’altare spoglio. Inoltre, digiuniamo.
Senza farci un merito di essere presenti anche a questo secondo tempo del triduo pasquale, accogliamo Gesù che è di fronte a tutti nella sua impotenza e nella sua gloria. Proprio di fronte al rifiuto da parte della società – espresso in modo convinto, ostinato, legale – la risposta di Dio si fa chiara: amore che perdona. Un amore per noi inconcepibile ma innegabile.
Perciò Gesù viene presentato dall’evangelista in atteggiamento autorevole, che ne manifesta la gloria. È giudicato dalle autorità civili e religiose, ma in realtà è lui stesso che giudica il suo popolo, del quale oggi siamo parte noi. Ci è offerta la salvezza attraverso pentimento e richiesta di perdono, non uscendo dal mondo ma prendendo posizione e affrontando anche rifiuti, ostilità, persecuzioni.
Oggi, in questo venerdì santo, noi cristiani veniamo sottoposti ad un processo e a nostra volta accusiamo noi stessi, mentre riconosciamo l’incommensurabile misericordia da cui siamo raggiunti.
Oggi appare la nostra identità, la ragione per cui esistiamo, il paradosso dell’esistenza: quando tutto sembra perduto, finito, inutile, assurdo, indegno di essere vissuto, in realtà tutto comincia.
Oggi la nostra fede si rafforza; se così non è, significa che non aveva consistenza neanche prima. Una sentenza viene emessa, non con le parole ma iscritta negli atteggiamenti, che sono fatti e producono fatti.
La sentenza è però anche percepibile nelle ultime parole di Gesù: “È compiuto”, da intendere come proclamazione dell’adempimento della missione che il Padre gli aveva affidato. Infatti non dice: “è finita”, ma “è compiuta l’opera” che tu o Padre mi avevi chiesto di svolgere. Non ho fallito né mi sono tirato indietro.
Possiamo collegare questa suprema affermazione alla preghiera dopo l’ultima cena: “Ed ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Giovanni 17,5).
Non possiamo dubitare della misericordia infinita di Dio; possiamo e dobbiamo invece chiedere la grazia di riconoscerla e di accettarla.

2019-04-23T16:39:22+00:00