Il giorno del Giovedì Santo è riservato a due distinte celebrazioni liturgiche: al mattino, nelle cattedrali, il vescovo consacra il sacro crisma, cioè l’olio benedetto da usare per tutto l’anno. Nel tardo pomeriggio c’è la celebrazione della Messa in “Coena Domini”, cioè la “Cena del Signore”. Non è una cena qualsiasi, è l’Ultima Cena che Gesù tenne insieme ai suoi Apostoli, importantissima per le sue parole e per gli atti scaturiti. Il Vangelo di Giovanni racconta che Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e preso un asciugamano se lo cinse attorno alla vita, versò dell’acqua nel catino e con un gesto inaudito, perché riservato agli schiavi ed ai servi, si mise prima a lavare i piedi degli Apostoli, e poi ad asciugarli. Dopo la cena, si ritirò in preghiera nell’Orto degli Ulivi in compagnia degli Apostoli, i quali però stanchi si addormentarono. I riti liturgici del Giovedì Santo si concludono con la reposizione dell’Eucaristia in un cappella laterale delle chiese, addobbata a festa per ricordare l’Istituzione del Sacramento; cappella che sarà meta di devozione e adorazione, per la rimanente sera e per tutto il giorno dopo, finché non iniziano i riti del pomeriggio del Venerdì santo. Tutto il resto del tempio viene oscurato in segno di dolore perché è iniziata la Passione. Le campane tacciono, l’altare diventa disadorno, il tabernacolo vuoto con lo sportello aperto, i Crocifissi sono coperti. Nella devozione popolare le madri raccomandavano ai figli di non giocare, di non correre o saltare, perché Gesù stava a terra nel “sepolcro”, nome erroneamente scaturito al tempo del Barocco e indicante l’”altare della reposizione”, dove è posta in adorazione l’Eucaristia.

Ne facciamo memoria con l’immagine del dipinto di Tiburzio Passerotti (Bologna, 1555 – 1612 circa), raffigurante “Gesù Cristo nell’orto di Gethsemani”, nella Chiesa di Santa Maria in Regola di Imola.

MV