La “Vita” dell’eremita Onofrio, scritta da Pafnuzio, è nota anche in diverse recensioni orientali, greca, copta, armena, araba; essa ci presenta in effetti un elogio della vita monastica cenobitica e, nel contempo, una presentazione dello stato di vita più perfetto: la solitudine nel deserto.
Indipendentemente dalla esistenza storica di Onofrio, la ‘Vita’ di Pafnuzio si conclude dicendo che il santo morì un 11 giugno. Il suo culto e il suo ricordo fu esteso in tutti i Paesi dell’Asia Minore e in Egitto. L’immagine di Onofrio anacoreta nudo e ricoperto dei soli capelli, fu oggetto della rappresentazione artistica in tutti i secoli, arricchita dei tanti particolari narrati: il perizoma di foglie, il cammello, il teschio, la croce, l’ostia con il calice, l’angelo. Il nome Onofrio, di origine egizia, significa “che è sempre felice”. In Egitto era un appellativo di Osiride.
Ne facciamo memoria con un bel dipinto (1719) di Ignazio Stern (Mauerkirchen, 1679 – Roma, 1748), in cui il santo è raffigurato morente. La tela fa parte del ciclo con le storie del santo nell’omonimo oratorio a Lugo di Romagna.
MV