Di seguito l’omelia del vescovo Mosciatti per la messa crismale del Giovedì Santo. Questa funzione ha un’importanza centrale nella liturgia: nel corso della celebrazione infatti il vescovo consacra gli oli santi che verranno usati durante l’anno liturgico per celebrare i sacramenti, dal Battesimo all’Unzione degli infermi.

Tornò al suo paese, entrò nella sinagoga. Quel sabato Gesù si alzò a leggere, aprì il rotolo che gli era stato dato e lesse il brano del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”. (Lc 4, 16-21) Oggi si è compiuta questa scrittura, concluse Gesù. Oggi. È la profezia di Isaia che si compie nell’avvenimento di quel momento; si compie nell’avvenimento che la gente ha lì davanti. In quel momento avevano lì davanti Gesù. Quello che aveva detto il profeta Isaia si compiva allora. Anche noi, questa mattina, vogliamo fissare lo sguardo su Gesù, contempliamo il suo sacerdozio attratti dalla bellezza incomparabile del suo mistero. Ma nello stesso tempo, in Lui, riconosciamo che siamo un popolo sacerdotale in quanto partecipi della missione di Cristo. Il dono del battesimo ci rende veramente tutti sacerdoti perché ci innesta nel corpo di Cristo e ci consacra per essere nel mondo la manifestazione della comunione tra Dio e l’umanità. E’un compito che accomuna tutti i battezzati e rende ragione della comune missione.
Ed in questa Santa Messa noi facciamo memoria dell’ora in cui il Vescovo, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera, ci ha introdotti nel sacerdozio di Gesù Cristo, così che fossimo “consacrati nella verità” (Gv 17,19). Ci ha consacrati, cioè consegnati per sempre a Dio, affinché, a partire da Lui e in vista di Lui, potessimo servire gli uomini. Oggi, oggi si compie per noi tutto questo.
E nei Sacramenti il Signore ci tocca per mezzo degli elementi della creazione. Così come il pane e il vino sono frutti della terra e del lavoro dell’uomo il Signore li ha scelti come portatori della sua presenza. Così l’olio, è simbolo dello Spirito Santo e, al tempo stesso, ci rimanda a Cristo: la parola “Cristo” (Messia) significa “Unto”. Ciò che nei re, nei sacerdoti, nei profeti dell’Antica Alleanza era avvenuto in modo simbolico nell’unzione con olio, con la quale venivano istituiti nel loro ministero, avviene in Gesù in tutta la sua realtà: la sua umanità è penetrata dalla forza dello Spirito Santo. Quanto più siamo uniti a Cristo, tanto più veniamo colmati dal suo Spirito.
E noi siamo “cristiani”: “unti” – apparteniamo a Cristo e per questo partecipiamo alla sua unzione, siamo toccati dal suo Spirito e gli oli sacri, che oggi consacriamo, ci ricordano il compito per cui il Signore ci ha chiamato. In essi si esprimono tre dimensioni essenziali dell’esistenza cristiana. L’olio dei catecumeni ci indica il primo modo con cui siamo toccati da Cristo e dal suo Spirito – un tocco interiore col quale il Signore attira le persone vicino a sé. Con l’olio dell’Unzione degli infermi abbiamo davanti a noi le persone e le loro sofferenze: i malati con tutti i loro dolori, i perseguitati e i calpestati, le persone col cuore affranto, le vittime della violenza. Il guarire è proprio un incarico affidato da Gesù alla Chiesa, “…fasciare le piaghe dei cuori spezzati”, viene detto oggi nella prima lettura dal profeta Isaia (61,1). L’annuncio del regno di Dio è anche guarire il cuore ferito degli uomini. E l’incontro con Cristo risana il nostro cuore affranto. E poi c’è il crisma. È l’olio dell’unzione sacerdotale e di quella regale. E’la promessa del profeta Isaia: “Voi sarete chiamati “sacerdoti del Signore”, “ministri del nostro Dio” (61,6). Dice la lettera di Pietro: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio” (1Pt 2,9s).
Non permettere allora o Signore che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia ti testimoniamo!
Carissimi sacerdoti, il Giovedì Santo è il nostro giorno. Nell’ora dell’Ultima Cena il Signore ha istituito il sacerdozio, ha pregato il Padre per gli Apostoli e per i sacerdoti di tutti i tempi. Con grande gratitudine per la vocazione e con umiltà per tutte le nostre insufficienze rinnoviamo in quest’ora il nostro “sì” alla chiamata del Signore, spinti dal suo Amore.
Abbiamo proprio bisogno del rinnovarsi in noi del dono dello Spirito Santo. Gesù stesso ha avuto bisogno dello Spirito per avviare e compiere la sua missione, noi battezzati e ministri non possiamo certo pensare di riuscire a donarci con le sole nostre forze, misurando le nostre opere con il parametro del successo o del fallimento. Siamo chiamati ad un amore grande, ad una “carità pastorale” che ci fa intrecciare la nostra vita con quella delle persone alle quali siamo inviati. Che trova più gioia nel seminare che nel raccogliere, che non perde tempo a lamentarsi. Chiamati a medicare ferite profonde e testimoniare nella vita la parola del Vangelo di Gesù. Perdonando, perché anzitutto perdonati dall’amore di Cristo. Il perdono è la misura più alta dell’amore, è il vero miracolo della vita cristiana.
Il tempo che viviamo è un tempo che ci chiede non solo di intercettare il cambiamento, ma di accoglierlo con la consapevolezza che ci troviamo davanti a un cambiamento d’epoca ci ha ricordato sempre papa Francesco. E lui, anche quest’anno, ci ha fatto una compagnia grande, indicandoci il cammino, correggendoci e sostenendoci.
Quante volte ci ha richiamato che molte azioni e molti atteggiamenti possono essere utili e buoni ma non tutti hanno sapore di Vangelo. Per esempio, cercare forme codificate, molto spesso ancorate al passato e che ci “garantiscono” una sorta di protezione dai rischi.
Ci ha ricordato che è una grande tentazione vivere un sacerdozio senza Battesimo, senza cioè la memoria che la nostra prima chiamata è alla santità. Essere santi significa conformarsi a Gesù e lasciare che la nostra vita palpiti con i suoi stessi sentimenti (cfr Fil 2,15). Solo quando si cerca di amare come Gesù ha amato, anche noi rendiamo visibile Dio e quindi realizziamo la nostra vocazione alla santità.
Carissimi, il rapporto con il Signore è, per così dire, l’innesto che ci mantiene all’interno di un legame di fecondità. Senza una relazione significativa con il Signore il nostro ministero è destinato a diventare sterile.
Abbracciare, accettare e presentare la propria miseria al Signore sarà la migliore scuola per poter, piano piano, fare spazio a tutta la miseria e al dolore che incontreremo quotidianamente nel nostro ministero, fino al punto di diventare noi stessi come il cuore di Cristo.
Oggi si è compiuta questa scrittura, disse Gesù a Nazareth. Oggi, per la grazia di Cristo, si compie anche in noi, qui.