“Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rm 6,11).
Oggi san Paolo lo ricorda a ciascuno di noi. È accaduto qualcosa che ci fa guardare bene in faccia a quello che siamo. Con il grande dono del Battesimo il mistero pasquale della salvezza non resta confinato in Cristo, ma viene comunicato a noi uomini, a ciascuno di noi e così siamo resi partecipi della realtà effettiva del Suo patire, del Suo morire, del Suo risorgere.
Tutta la liturgia di questa notte ci rende più consapevoli e grati del dono della salvezza che il Crocifisso Risorto ci ha donato. “Per mezzo del Battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, affinché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6, 4). È veramente una vita nuova la nostra. Siamo fatti creature nuove.
Nella resurrezione è avvenuto qualcosa che ci tocca nel profondo, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti, siamo stati innestati in Dio, ci viene donata una Compagnia senza fine. E siamo stati definitivamente liberati dal pungiglione della morte, il peccato.
Eppure quello che sta accadendo con il conflitto in Ucraina ci ricorda quella fragilità originaria di cui siamo impastati e che spesso dimentichiamo. Le immagini terribili che riceviamo tutti i giorni fanno apparire l’uomo come un nulla insignificante, che può essere schiacciato e strappato via dalla vita.
Davvero abbiamo proprio bisogno che un Altro ci liberi dal male, non siamo capaci di salvarci da soli. La sola cosa che è in grado di cambiare la vita è la presenza di Dio, Risorto, vivo, che si rende visibile attraverso uomini che amano, che perdonano, perché hanno negli occhi e nel cuore l’incontro con Cristo. Egli, in un momento non meno drammatico della storia, silenziosamente, ha vinto la morte, sulla croce. E la sua risurrezione non è una cosa che appartiene al passato, contiene una forza di vita che penetra il mondo, oggi.
Tanto è vero che oggi l’annuncio della Risurrezione risuona quasi “scandaloso”. Tanto più in questo momento della nostra esistenza e della nostra storia in cui tempestose tenebre ci avvolgono. Il buio della tomba del Sabato Santo sbarrata dal masso, il silenzio della notte sembrano accentuare l’angoscia per le guerre, il terrorismo, le stragi di innocenti, per le calamità naturali, per questa pandemia che sembra non finire mai, per i fenomeni endemici di emarginazione, di miseria e di dolore fisico e morale che ogni giorno ormai riempiono le nostre cronache.
Eppure, proprio di fronte a tutto questo si fa strada in noi la certezza della morte vinta per sempre dal Signore. La liturgia della Veglia Pasquale ci indica proprio una speranza grande che vince ogni paura e angoscia. La resurrezione è un seme fecondo che entra nel mondo, attecchisce per poi fiorire attraverso la catena dei testimoni. “Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto” (cfr. Lc 24,1-12).
Ma perché Dio ha voluto manifestarsi non a tutto il popolo ma a testimoni prescelti? Qual è la ragione di questo metodo con cui il Risorto sceglie di manifestarsi al mondo? Il Risorto ci fa comprendere che la vera conoscenza passa attraverso l’altro, attraverso l’amore dell’altro. Solo l’amore è credibile e dà ragione di ogni cosa. L’esperienza amorosa dei testimoni è contagiosa, proprio come quella che ogni uomo sperimenta in rapporto con un amore autentico. Papa Francesco nell’enciclica Evangelii Gaudium ci dice: “La sua risurrezione non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali. È vero che molte volte sembra che Dio non esista: vediamo ingiustizie, cattiverie, indifferenze e crudeltà che non diminuiscono. Però è altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto. In un campo spianato torna ad apparire la vita, ostinata e invincibile”. “Cristo è un uomo che è vissuto duemila anni fa come tutti gli altri, ma che, risorto da morte, con l’invadenza della potenza del Mistero in Lui, ci investe giorno per giorno, ora per ora, azione per azione” scriveva don Giussani.
Accogliamo allora l’annuncio straordinario di questa notte anche attraverso coloro che con la loro vita ci testimoniano la vittoria di Cristo, sul male, sul peccato, sulla morte. E come ripeteva papa Francesco nell’Angelus della Domenica delle palme: “Ci stiamo preparando a celebrare la vittoria del Signore Gesù Cristo sul peccato e sulla morte. Sul peccato e sulla morte, non su qualcuno e contro qualcun altro. Ma oggi c’è la guerra. Perché si vuole vincere così, alla maniera del mondo? Così si perde soltanto. Perché non lasciare che vinca Lui? Cristo ha portato la croce per liberarci dal dominio del male. È morto perché regnino la vita, l’amore, la pace”.
In questi giorni, in questo tempo, manifesta, o Cristo, la tua vittoria.

Monsignor Giovanni Mosciatti,
Vescovo della Diocesi di Imola