Omelia per le esequie di don Carlo Calzolari
Bubano, 6 agosto 2025
Carissimi,
oggi ci siamo ritrovati per dare il nostro saluto al carissimo don Carlo proprio nel giorno della Festa della Trasfigurazione del Signore. E questo ci aiuta ad alzare il nostro sguardo e a renderci sempre più consapevoli del dono che abbiamo ricevuto. All’inizio di questa celebrazione ci è stato ricordato che Dio, nella gloriosa Trasfigurazione del Figlio unigenito ha mirabilmente preannunciato la nostra definitiva adozione a Suoi figli ed abbiamo chiesto che, ascoltando la parola del Suo amato Figlio, diventiamo coeredi della sua gloria.
Gesù, sul monte, prefigurando ai discepoli quello che sarà il suo destino, lascia intendere che esso si compirà anche per loro, e per noi. Anche la nostra sorte di credenti in Lui si compirà quando anche il nostro corpo, la nostra vita, saranno trasfigurate e anche noi, come già Pietro, Giovanni e Giacomo, vedremo il Risorto «così come egli è» (1Gv 3,2). Anche S. Paolo ci ricorda che: “La nostra patria è nei cieli, di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. (Fil 3,20)
Da quando Cristo è risorto, la resurrezione rappresenta la permanenza della vita umana nel fenomeno della trasfigurazione. Quando San Giovanni Paolo II ha detto in un suo discorso “noi crediamo in Cristo morto e risorto, in Cristo presente qui ed ora, che solo può cambiare e di fatto cambia, trasfigurandoli, l’uomo e il mondo” intendeva dire proprio questo. La Resurrezione di Cristo è la potenza con cui Egli, dentro la realtà del Suo popolo, porta l’umanità alla Trasfigurazione che per la maggior parte degli uomini è un sogno.
Nella Trasfigurazione agli apostoli è stata data l’evidenza della dignità di Cristo, l’evidenza del Suo destino di “Signore della storia e del mondo”. Gli apostoli con Lui si sentivano felici, stavano bene come non mai. Tant’è vero che hanno detto: “stiamo qui, piantiamo delle tende e restiamo qui per sempre”. Ma quando l’uomo “sta bene come non mai”? Quando non ha più la prova e il dolore? L’uomo “sta bene come non mai” quando gli diventa familiare la coscienza del proprio destino. Vale a dire quando gli è diventato familiare lo scopo positivo di tutto quello che fa e ha la prospettiva della permanenza di quello che lui è.
La Trasfigurazione allora è proprio il segno che la vita cristiana, la vita della fede, la fede in Cristo, può abbracciare tutto, rende capaci di abbracciare tutte le circostanze della vita e questa trasfigurazione è la verità dell’umano, è la verità di quello che facciamo, l’origine di una umanità diversa.
Il nostro don Carlo questo lo aveva chiaro e nel suo Testamento, quasi raccogliendo tutta la sua vita scrive: “Ringrazio Dio per il dono della vita, bella avventura, degna di essere vissuta con dignità anche quando sembra dominata dal male, distrutta dalla incomprensione e in balia dei venti. Sempre il Signore è lì, ti prende per mano, ti sostiene e ti ricolma di una profonda serenità interiore.
E rivolgendosi a tutti noi scrive: “Ringrazio Dio per il dono della fede e proprio per questa Fede dico: “Ciao familiari e parrocchiani! vi saluto così non con un addio ma con un ciao perché la fede in Gesù Cristo Risorto e nella nostra Risurrezione mi dà la certezza che il distacco da voi non è un abbandono ma un arrivederci. La vita non finisce ma entra nella Vera Vita, per sempre”.
Don Carlo ha avuto ben presente il grande dono che ha ricevuto, davvero ha visto la propria vita trasfigurarsi, dentro le circostanze che il Signore gli ha fatto vivere. Scrive ancora nel suo Testamento: “Ringrazio Dio per il dono del sacerdozio. Fin da piccolo, in piena vita agricola, ho desiderato di essere sacerdote. I nonni, i genitori e la vita sana di un piccolo paese di montagna (Sparvo) hanno fatto crescere il seme della mia vocazione. La guerra e i limiti della scuola, che arrivava fino alla terza elementare, mi hanno creato difficoltà enormi nel continuare gli studi prima a Firenze (dal 1946 al 1950) poi a Imola dove il 28 giugno 1960 sono stato ordinato sacerdote da parte di S.E. Mons. Benigno Carrara.
Egli è stato sempre ironico nel racconto della propria vita; lucido nel ricordare i passaggi della sua infanzia, degli anni in seminario, delle comunità che ha servito. Nell’intervista per i suoi 90 anni dice: “Nella mia vita ho voluto bene… ora mi vogliono bene tutti! Tranne una decina di persone (scherza, ndr), sarebbe una bella storia da raccontare. Sono cresciuto in una famiglia di contadini. A 12 anni ci siamo trasferiti a Calenzano ma io volevo andare in seminario, fin dall’inizio. Così sono andato a studiare al seminario minore di Montughi (Firenze). Fu grande la mia gioia nel vedere tanti ragazzi come me che giocavano con vivacità e tanta allegria. Il rettore don Enrico Bartoletti, poi vescovo e segretario della Cei, e il vicerettore don Silvano Piovanelli, poi cardinale di Firenze, mi fecero un’accoglienza straordinaria. Conobbi bene anche don Lorenzo Milani, era all’ultimo anno di teologia quando arrivai per le medie. Lo ricordo molto sereno e sempre sorridente, è stato un vero rapporto di amicizia.
Appena ordinato sacerdote sono andato subito a San Lorenzo in Selva, sembrava solo per una settimana ma alla fine sono rimasto sei mesi … ho imparato tanto. Mi sono poi trasferito a Casola Valsenio, dove ho fatto il cappellano per altri due anni. Nel ’63 arrivai a Borgo Tossignano, dove sono stato per 19 anni. Il 19 settembre 1982 l’ingresso in parrocchia a Bubano. Bubano era, nella mia mente, una comunità di tutto rispetto, viva, organizzata e con un’Azione Cattolica di alto livello. Mi sentii accolto con affetto e amicizia, non ci poteva essere inizio migliore. Ho incontrato delle persone generose nei miei confronti e di grande sensibilità a sostegno del le opere parrocchiali. Sono stati fatti tanti lavori, tutti saldati dalla generosità dei parrocchiani. Che bello avere in parrocchia tante persone che sentono propri i problemi della chiesa, della canonica, della casa del giovane, del teatro, della scuola materna. Sono veramente tanti e di ogni età: uomini e donne, giovani e ragazze, bambini e famiglie intere, che mi hanno edificato, incoraggiato e sostenuto nell’affrontare le difficoltà del mio ministero sacerdotale. Un parroco senza l’aiuto dei laici rende sterile il suo impegno pastorale. Mi sono trovato bene anche perché qui la gente è schietta, ti dice le cose in faccia. I primi anni c’era un po’ di divisione, la casa del popolo da una parte e la parrocchia dall’altra, ma a me non interessava, stavo con le persone. Perché allora mi vogliono bene tutti? Perché io volevo bene a tutti! Non ho fatto cose straordinarie da prete, ho cercato di dare una mano per quel potevo. Non rimandavo, facevo.
E davvero fino all’ultimo non ha mai smesso. E nel suo testamento si è ricordato di tutti noi fino a lasciare scritto l’ultima sua intenzione da dire prima dell’offertorio come fosse qui ora. “Lascio tutti perdonando e domandando perdono per non essere stato il parroco zelante e bravo che le parrocchie di Borgo Tossignano e di Bubano avrebbero meritato. Ho sempre amato, anche se a volte in modo scorbutico, i familiari, i vescovi, i sacerdoti, le suore e Bubano: comunità parrocchiale meravigliosa, attiva e responsabile in ogni sua attività pastorale e non pastorale. Cari compaesani di Bubano e amici di altre Comunità parrocchiali: siamo in tanti oggi qui, perché in tutti questi anni insieme, abbiamo tessuto un bel rapporto di amicizia. Sui manifesti funebri si legge spesso “Non fiori ma opere di bene”. Mai come in questo momento la frase è più indicata. In nome della vostra amicizia non vi chiedo un “fiore” che appassisce e viene gettato via ma un’offerta per le Opere Parrocchiali di Bubano. Le preghiere e le offerte in suffragio della mia anima sono veramente gradite a Dio. Parto da questa terra chiedendo a tutti perdono e perdonando tutti. Mi affido con amore alla infinita Misericordia e Bontà del Signore”.
Grazie don Carlo e ti chiediamo di intercedere presso il Signore, che hai tanto amato, affinché tanti ragazzi e ragazze possano scoprire la gioia di essere di Cristo, di appartenergli e di vedere la propria vita trasfigurata.
Mons. Giovanni Mosciatti,
vescovo della Diocesi di Imola