28/12/2025
Cattedrale di San Cassiano
Imola
Messa per la Chiusura del Giubileo della Speranza
in Diocesi di Imola

Esattamente un anno fa Papa Francesco affermava che il Natale di Gesù ravviva in noi “il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta”, perché “con Lui fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia, con Lui la speranza non delude” (Omelia nella notte di Natale, 24 dicembre 2024). Con queste parole iniziava l’Anno Santo. Ora che il Giubileo si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo.

E non è un caso che in questa domenica la Chiesa celebra la festa della Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria. L’amore quotidiano di quella casa è un tutt’uno con l’amore di Dio. Non ci sono due amori: l’amore di Dio e l’amore umano. C’è un solo amore che muove me verso l’altro, che muove il genitore verso il figlio, che muove Dio verso di noi. La famiglia è il luogo dove si impara che Dio è amore.

Papa Francesco, nella Bolla di indizione di questo Giubileo ci ricordava che “La speranza nasce dall’amore e si fonda sull’amore che scaturisce dal Cuore di Gesù trafitto sulla croce”. Per questo abbiamo camminato dietro il Crocifisso e per tutto quest’anno Giubilare è stato esposto qui in Cattedrale. La speranza cristiana, non illude e non delude, perché è fondata sulla certezza che niente e nessuno potrà mai separarci da Cristo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.” ( Rm 8,35.37). E guardando al tempo che scorre, abbiamo la certezza che la storia dell’umanità e quella di ciascuno di noi non corrono verso un punto cieco, ma sono orientate all’incontro con il Signore della gloria. Viviamo dunque nell’attesa del suo ritorno e nella speranza di vivere per sempre in Lui.

Quest’Anno Santo è iniziato da Papa Francesco e poi proseguito con Papa Leone. Si è trattato di un passaggio di testimone e di guida che ci consegna l’immagine della vita della Chiesa che mai si interrompe. Perché il Signore mai abbandona la Sua Chiesa.

I Giubilei hanno sempre riproposto, nella vita di ciascuno, momenti in cui con il dono della grazia del perdono si spalancavano per tutti la possibilità di un restauro della verità della vita, un attaccamento più saldo al senso della presenza del Mistero e il risanamento, almeno come umile tentativo e iniziale esperienza concreta, dei rapporti degli uomini tra loro e con le cose.

Bisogna riconoscere però che tanti hanno fatto fatica a sentire il richiamo del Giubileo, dell’indulgenza, della penitenza. Sembra quasi che non si ha più bisogno di confessare i nostri peccati, di condividere le nostre fatiche, come se potessimo sempre rialzarci da soli. Sembra quasi che non abbiamo più bisogno della conversione. E così il Giubileo non dice più niente, è una cosa del passato, è qualcosa che interpella poco il credente di oggi.

Un ragazzo però mi ha raccontato che “passare la Porta Santa di San Pietro è stato significativo: la porta è qualcosa di concreto, un passaggio attraverso, il cambiamento tra un prima e un dopo. Questo giubileo l’ho vissuto – mi ha detto – come un rinnovamento della mia fede, come una riapertura del mio cuore a Cristo, grazie anche alla testimonianza degli apostoli, che nel loro essere peccatori e increduli hanno dato la vita per Cristo e per la sua Chiesa. E la conversione può avvenire ogni giorno se riconosciamo la Sua presenza dentro le circostanze, perché ogni giorno siamo chiamati a dire il nostro sì a Lui”.

Abbiamo bisogno di scoprire che siamo amati, abbiamo bisogno di speranza. Il giubileo ci ha invitato a muoverci, a spostarci, a faticare, a camminare sulla via del Vangelo, imitando anche coloro che già hanno percorso questa vita, i Santi, disposti a spalancare le porte del nostro cuore e della nostra vita alla Speranza. Come i beati Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis, che proprio in quest’anno sono stati proclamati santi. “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo”, diceva papa Leone il giorno della canonizzazione.

Il giubileo si chiude, ma dobbiamo sapientemente vivere ogni circostanza che il Signore ci offre come occasione di memoria, di conversione quotidiana lasciando che i nostri limiti e i nostri peccati siano portati da Gesù per trasformarli in punti di forza e di speranza, per noi e per chi abbiamo vicino. Chiudiamo le Porte Sante aperte un anno fa, ma non chiudiamo a Cristo le porte della nostra vita.

Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva. Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza. Perché, anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza.

Seguiamo Maria, Colei che ha insegnato a tutti che la speranza nasce dall’accoglienza: accogliere Dio nella vita, accogliere l’altro, accogliere il futuro senza paura. Solo così, cioè facendo entrare il Signore nella vita, si può aprire la vera Porta Santa, quella della misericordia, della riconciliazione, della fraternità.

Mons. Giovanni Mosciatti