“Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, […] perché ricevessimo l’adozione a figli. […] Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio”.
La nascita fra noi di Cristo rende possibile ciò che abbiamo ascoltato. Egli ci attrae come hanno sperimentato fin dalla notte di Betlemme le persone umili come Maria, Giuseppe e i pastori. Ma fin dall’inizio l’attrattiva di Gesù, di quel bambino e di chi vive come Lui, ha suscitato la reazione di chi teme per il proprio potere, ha davvero rivelato i “pensieri dei cuori” (cfr Lc 2,35). Altri disegni, oggi come ieri, avvolgono il mondo. Pensiamo alle strategie che mirano a conquistare mercati, i territori, le zone di influenza. Strategie armate, proclami ideologici, ammantati di falsi motivi religiosi.
Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe sconfitta l’attrattiva e la promessa di Cristo e quindi impossibile vivere la gioia. Papa Leone, il giorno di Santo Stefano, ci ha ricordato che “Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende”.
La Chiesa oggi ci fa guardare a Maria, la Madre di Dio, la più piccola e la più alta tra le creature. Iniziare l’anno guardando a lei significa non partire dalle nostre fragili forze o dalle nostre strategie, ma dal “sì” umile e potente di Maria che ha cambiato per sempre la storia. Lei vede le cose con lo sguardo di Dio: vede che con la potenza del suo braccio l’Altissimo disperde le trame dei superbi, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, riempie di beni le mani degli affamati e svuota quelle dei ricchi (cfr Lc 1,51-53). La Madre di Gesù è la donna con la quale Dio ci ha fatto conoscere la strada, la via che è Cristo, la speranza. L’ha proposta prima al suo cuore e, ricevuto il suo “sì”, l’ha scritta con amore nella sua carne e così per noi Lei è la speranza, la gioia. La pace, quindi, non scende dall’alto come un miracolo magico che annulla le contraddizioni; germoglia lentamente, come un seme, dalla terra feconda di un cuore che dice “eccomi”, che si rende disponibile.
Il Mistero del Natale ci porta proprio questa gioia: che è ragionevole perché riconosce anche nei propri avversari, la dignità di fratelli e figli di Dio. È una forza più grande di quella delle armi. Si comunica in modo irresistibile quando qualcuno incomincia a guardare diversamente il suo prossimo, a offrirgli attenzione, riconoscimento, amore.
Per questo la Chiesa e il mondo oggi hanno bisogno di comunità vive, di costruttori di pace che immersi nella comunione che nasce dall’incontro con Cristo, possono vivere il perdono e la stima reciproci anche se si continua a sbagliare o cadere: c’è Qualcuno di più grande che unisce.
Quando il Signore è accolto, permette di guardare e abbracciare l’altro per amore al suo destino. Si realizza così il miracolo di un’amicizia, al di là di ogni motivo di divisione. Se Cristo è la nostra speranza e il mistero della Chiesa è la Sua continuità, allora collaborare a costruire la Chiesa è veramente il modo con cui noi possiamo pensare con amore al mondo, con cui possiamo veder fiorire la nostra vita.
Papa Leone, nel suo Messaggio oggi per la Giornata della Pace, ci ricorda che “Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».
“La bontà è disarmante – continua il Papa – forse per questo Dio si è fatto bambino. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. […] La fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide”.
La grande benedizione sacerdotale che oggi ascoltiamo dal libro dei Numeri ci svela allora l’origine di questa pace: “Il Signore faccia risplendere per te il suo volto… ti conceda pace” (Nm 6,25-26). La pace è la presenza di un Volto che risplende nella nostra oscurità. È la certezza che non siamo abbandonati al nostro destino, ma che la nostra vita è guardata, amata, accompagnata.
La luce di quel Volto – che in Gesù ha un volto umano – in questo nostro tempo così faticoso, tocchi le nostre ferite, le nostre paure. Che possiamo riconoscere in ogni incontro, in ogni fatto, quel Volto che ci viene incontro, così da essere “riflessi” di quel Volto, chiamati, come Maria, ad essere luce di Dio per il mondo.