Lettera alla Diocesi di Imola in preparazione alla Visita Pastorale 2026/27
Nell’unico Cristo siamo uno
(In Illo uno unum)
Scarica qui la lettera in formato pdf: Testo Visita pastorale 2026
Carissimi,
ho pensato di scrivere questa lettera mosso da due ragioni. Avendo in programma di iniziare la Visita Pastorale della nostra Diocesi di Imola nel settembre 2026 desidero raggiungere ed incontrare le persone per confermare il cammino cristiano delle comunità, assicurando ad ogni persona la misericordia del Signore e la vicinanza della Chiesa.
La Diocesi di Imola è ormai la mia casa ed il luogo in cui il Signore mi ha chiamato a servirlo. Siete la mia comunità, la gente a cui voglio bene e a cui voglio donare la mia vita, con tutti i limiti che ho e che tutti potete vedere chiaramente. Stiamo camminando insieme ed è importante guardare al cammino fatto ed indicare alcune priorità per il cammino della nostra Chiesa in questo momento.
In vista del nostro incontro sento di proporre alcuni spunti di riflessione e di lavoro in modo che il dialogo ed il confronto che vivremo insieme ci porti a vivere una unità più profonda tra noi, a condividere problemi e stanchezze ed accogliere ciò che lo Spirito ci suggerisce per una sequela più profonda dietro a Gesù.
Desidero che queste pagine siano occasione di dialogo e di confronto, nei modi possibili. Per questo nel testo ho inserito alcune domande su cui possiamo lavorare e confrontarci.
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Uno sguardo ai nostri giorni
Da sette anni son con voi ed in questo tempo sono accadute tante cose che hanno segnato la nostra vita: la pandemia, le alluvioni, le frane, il lungo cammino sinodale della Chiesa in Italia che si è concluso nel 2025, gli anni giubilari, la morte di Papa Francesco e l’elezione di Papa Leone XIV.
Con gratitudine vogliamo guardare la lunga storia della nostra Diocesi, caratterizzata da una rete viva e capillare di comunità, parrocchie, oratori, scuole, strutture sociali che nel corso dei secoli sono state testimonianza della fede viva che ha sostenuto, nutrito e vivificato il nostro popolo. Una fede che ha attraversato momenti di sofferenza, confronto e tribolazione, ma pure di costanza e vitalità e che si dimostra ancora oggi ricca di frutti, di testimonianze di vita e opere di carità. Come dimenticare tanti laici, sacerdoti, diaconi, ministri, religiose e religiosi che hanno svolto, in modo fedele e instancabile, il loro servizio e la loro missione in situazioni spesso difficili, anche in tante parti del mondo?
Quanti santi della nostra terra, alcuni dei quali abbiamo conosciuto, ci testimoniano la bellezza della vita cristiana!
Insieme a tanta vivacità e tanti frutti la nostra Comunità diocesana si trova da tempo a dover affrontare nuove sfide, legate al secolarismo, ad una certa disaffezione nei confronti della fede e alla crisi demografica.
Dobbiamo poi fare i conti con una vita sempre più frenetica ed accelerata, frammentata in molteplici attività, colpita da ripetuti messaggi variegati, in un tessuto metropolitano che oggi non è più solo quello delle città, ma si è esteso ai paesi e perfino ai piccoli centri rurali. La rapidità dei cambiamenti sta trasformando la percezione dello spazio e del tempo. Il legame con il territorio tende a essere sempre meno percepito, i luoghi di appartenenza divengono molteplici e le relazioni interpersonali rischiano di dissolversi nel mondo virtuale senza impegno né responsabilità.
In questo contesto ci è chiesto di non cadere nella tentazione di pensare che, di fronte a tanti problemi e carenze, sia meglio arrendersi o adattarsi al pensiero di moda, riorganizzare le cose con rammendi. Non possiamo cadere nel rischio di abituarci a situazioni che sono così radicate da sembrare normali o insormontabili.
Mentre prendiamo atto che il nostro essere cristiani oggi si declina in questa realtà, sentiamo che il Signore ci chiama a ripensare il nostro modo di essere presenti come comunità cristiana.
Siamo invitati a riconoscere ciò che è veramente essenziale. Abbiamo un tesoro tra le mani! Siamo custodi della presenza di Gesù, l’unico che può rispondere al desiderio di pienezza e di felicità che abita il cuore di ogni uomo. Ci è chiesto qualcosa di bello e avvincente: essere una Chiesa fatta di comunità vive, nelle quali non solo si parla, ma si sperimenta davvero il Regno di Dio, di cui la Chiesa è come un germe.
Questo potrebbe essere il primo impegno in vista della visita pastorale. Mettersi in atteggiamento di gratitudine verso il Signore e chiedersi:
Qual è la traccia, il segno, piccolo o grande che sia, presente nei nostri ambienti, che mostra la bellezza del Vangelo e che è segno della novità di vita portata da Gesù?
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Il punto di origine
Al centro sta il mistero dell’Incarnazione: il Verbo si è fatto carne ed ha posto la sua tenda in mezzo a noi. Ed oggi la Chiesa è chiamata a riconoscere la Sua presenza viva, per lasciarsi guidare da Lui. È il Signore, vivente in mezzo a noi, che ci chiede di essere cristiani gioiosi, a motivo di quella relazione che ci è donata con Lui e tra di noi. Lo sappiamo bene: questo mondo e questo tempo non sanno che farsene di cristiani stanchi, lamentosi, accidiosi, parte di un ingranaggio che si muove secondo la logica del “si è sempre fatto così”. Tutto quello che facciamo e scegliamo serve se ci aiuta a riconoscere la Sua presenza.
Siamo chiamati tutti a coltivare l’amicizia con Cristo. Questo è il fondamento di ogni vocazione e missione apostolica. Occorre vivere in prima persona l’esperienza dell’intimità con il Signore, l’essere stati guardati, amati e scelti da Lui senza merito e per pura grazia. È questa nostra esperienza che poi trasmettiamo e che traspare dal nostro modo di essere, dal nostro stile, dalla nostra umanità, da come siamo capaci di vivere buone relazioni.
Tenere lo sguardo su Cristo – come ci ricorda sempre papa Leone – ed aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. È il suo amore che ci spinge verso di loro (cfr 2Cor 5,14). Papa Francesco ci ha detto: “l’evangelizzazione è più che una semplice trasmissione dottrinale e morale. È prima di tutto testimonianza, testimonianza dell’incontro personale con Gesù Cristo, Verbo Incarnato nel quale la salvezza si è compiuta […]. Non è trasmettere un’ideologia o una “dottrina” su Dio, no. È trasmettere Dio che si fa vita in me”[1]
In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore.
Papa Leone XIV ha posto a tutta la Chiesa la sfida fondamentale, ovvero il saper “cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani.” [2] Ci ha chiesto di riscoprire l’unità e l’essenzialità della fede cristiana attorno alla centralità di Cristo e alla tradizione della Chiesa.
Proviamo a domandarci con sincerità:
Chi è Gesù per noi? Come coltivo il mio rapporto con Gesù?
Quali passi desideriamo compiere personalmente e comunitariamente affinché la nostra sequela di Lui diventi più matura e profonda?
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Il dono della comunione e dell’unità
Il desiderio di Gesù è che i discepoli vivano l’unità tra loro, come Gesù vive l’unità con il Padre. Egli sa che sarà proprio l’unità vissuta tra loro ad essere il primo segno di testimonianza che mostra la novità e la bellezza della fede.
Il titolo di questa lettera intende riprendere il motto dello stemma di Leone XIV: “In Illo uno unum”, che si traduce dal latino con “Nell’unico Cristo siamo uno”. Si tratta delle parole che Sant’Agostino ha pronunciato in un sermone,[3] per spiegare che sebbene noi cristiani siamo molti, nell’unico Cristo siamo uno.
Nel momento finale del Vangelo di San Giovanni, in quella preghiera sacerdotale che Gesù pronuncia all’ultima cena, Egli si rivolge al Padre per intercedere a favore di tutti coloro che saranno portati alla fede: “Siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”. (Gv 17,21)
Questa unità non è il frutto di un nostro sforzo, ma un dono. La morte e risurrezione di Gesù e la Sua presenza viva fa dei discepoli un unico corpo, pur nella diversità delle sue membra. È l’amore di Gesù che li rende appartenenti l’uno all’altro. L’unità è già nel cuore delle persone credenti come identità profonda del loro essere. Ma, al tempo stesso è un compito, una responsabilità perché tutti siano realmente una sola cosa, perché sia efficace la missione cristiana nel mondo.
Nell’omelia per l’inizio del suo ministero petrino, il 18 maggio 2025, papa Leone ha ripetutamente evocato l’immagine evangelica del lievito come icona della Chiesa. “Questo, fratelli e sorelle, vorrei che fosse il nostro primo grande desiderio: una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato. In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace.”
Sempre Papa Leone, a tutti i vescovi italiani, ha affidato compiti importanti: “In primo luogo: andate avanti nell’unità, specialmente pensando al Cammino sinodale. […] Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi. L’unità attrae, la divisione disperde. Dunque, per essere Chiesa capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. E aggiunge: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35). [4]
Essere cristiani è appartenere a Cristo: questo è il cuore del cristianesimo come ci ricorda sant’Agostino. Appartenere a qualcuno è essere una sola cosa con l’altro tanto da renderlo presente. Questo è il mistero dell’Incarnazione, mistero fondante, per i cristiani. Dio si incarna per un amore grande, smisurato, per abbracciare totalmente l’uomo. A questo abbraccio siamo chiamati a partecipare. Solo divenendo abbraccio, perdono, carità, viviamo il mistero dell’Incarnazione e siamo testimoni di Lui nel mondo, testimoni della comunione.
Il cardinale Pizzaballa, ha ricordato spesso che la Chiesa dovrà lavorare sull’idea di comunità. La società è sempre più frammentata ed anche le parrocchie rischiano di non essere più comunità. Prevale l’io isolato, che crea però solitudine e disorientamento. Bisogna lavorare molto su sé stessi per vincere l’individualismo e la smania di superare gli altri, che ci fa diventare concorrenti, per imparare a costruire gradualmente relazioni umane e spirituali, buone e fraterne.
La vita comune è un grande aiuto che Cristo dà alla nostra esistenza, chiamandoci, attraverso la presenza dei fratelli, ad una configurazione sempre più profonda alla Sua persona. “Vivere con gli altri significa accettare la necessità della propria continua conversione e soprattutto scoprire la bellezza di tale cammino, la gioia dell’umiltà, della penitenza, ma anche della conversazione, del perdono vicendevole, del mutuo sostegno.”[5]
Ora, la Chiesa ci ricorda sempre i tre criteri di fondo perché ci sia una comunità cristiana: 1. l’ascolto della Parola viva di Dio e la formazione; 2. la centralità dell’Eucaristia nel giorno del Signore; 3. la fraternità tra di noi, che si espande nella carità su tutti coloro che incontriamo.
- È indispensabile che ci sia un ascolto costante della Parola di Dio, che continua a parlarci in modo vivo e a chiamarci costantemente alla fede in Lui, trasmessa e celebrata. E ci deve essere un nutrimento costante che è dato dalla preghiera.
- Perché si possa parlare di comunità cristiana è anche indispensabile che ci si incontri nel giorno del Signore, nella celebrazione eucaristica e che si viva la festa di questo incontro e di questo giorno. È infatti in forza del dono del corpo di Cristo che noi diventiamo il corpo di Cristo che è la Chiesa. È cibandoci di Lui che noi diventiamo una cosa sola con Lui e tra di noi. E per rimanere quello che siamo, abbiamo bisogno ogni domenica di nutrirci della vita che ci offre Cristo, di fare l’esperienza della vita nuova che sgorga da quell’incontro, di sperimentare che, pur essendo diversi tra noi per età, cultura, censo, sensibilità, luoghi di provenienza, in Lui diventiamo una cosa sola.
- Infine, ciò che nasce dall’ascolto costante della Parola e dalla celebrazione eucaristica è una fraternità che deve essere reale, nel senso che ci fa fare l’esperienza concreta del sentirci in cammino con altri, di percepirci responsabili della loro fede e interpellati dai loro bisogni.
Riprendo le parole che il card Zuppi rivolgeva all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana ad Assisi nel 2025: “Va riaccesa la passione di far comunità, di pensarsi insieme, che è anche difficile e faticoso, come tutte le cose impegnative, anche perché si tratta di condividere la fraternità in un mondo di persone abituate a vivere sole, a parlarsi in remoto, a fare girare tutto intorno all’io. Sostenere una comunità, la sua crescita e il suo sviluppo, è un’arte pastorale, ma è principalmente frutto della Eucarestia, della preghiera comune, del servizio ai poveri. Ed è un’arte che ha bisogno di tutti, pietre vive e tutte necessarie di questa casa. In un mondo che scarta e si basa sulla convenienza e sulla prestazione anche questo ha un grande valore.”
Papa Leone nella recente enciclica “Magnifica humanitas” ci ricorda che “Vivere la giustizia nella Chiesa significa bonificare le relazioni e le strutture ecclesiali da quelle distorsioni che producono disuguaglianze, opacità e prevaricazioni. […] Nella misura in cui siamo aperti all’azione dello Spirito Santo, questi principi della Dottrina sociale diventano carne nella vita ecclesiale. In tal modo la Chiesa è in grado di offrire alla società un segno credibile del fatto che cercare insieme il bene di tutti, nella corresponsabilità e nella fraternità, non è un’utopia, ma una reale possibilità.”[6]
Proviamo a chiederci:
Quali sono gli ostacoli che rendono più difficile l’unità dentro la nostra comunità?
Ci sono passi che possiamo concretamente fare affinché cresca l’unità nella comunità? Ci facciamo portatori di unità? Siamo persone di riconciliazione e di pace?
Ci sono situazioni di conflitto e di divisione nelle comunità? Se sì, ci sono occasioni o proposte di riconciliazione?
Le possibili ferite e rotture possono diventare momenti di crescita: favoriamo relazioni in termini di ascolto, condivisione, dialogo e accoglienza reciproca?
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Il nostro compito
Vogliamo essere una Chiesa che non guarda solo a sé stessa, che è missionaria, che guarda più in là, gli altri. La ragion d’essere della Chiesa è annunciare il Vangelo. Questa è la nostra missione.
La grande Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II ce l’ha sempre ricordato: “Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale.” [7]
Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium così ci invita: “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per la evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.” [8]
Il Papa ci chiede di operare una radicale conversione pastorale e missionaria che non può lasciare le cose come stanno sapendo che ogni rinnovamento della chiesa consiste essenzialmente in una accresciuta fedeltà alla sua vocazione.
Occorre guardate al domani con serenità e non aver timore di scelte coraggiose! Nessuno potrà impedirci di stare vicino alla gente, di condividere la vita, di camminare con gli ultimi, di servire i poveri. Nessuno potrà impedirci di annunciare il Vangelo, ed è il Vangelo che siamo inviati a portare, perché è di questo che tutti, noi per primi, abbiamo bisogno per vivere bene ed essere felici.
“Ma occorre stare con Gesù per poter stare con gli altri. È questo il cuore della missione. Nella compagnia di Cristo e dei fratelli ciascuno può trovare le energie necessarie per prendersi cura degli uomini, per farsi carico dei bisogni spirituali e materiali che incontra, per insegnare con parole sempre nuove, dettate dall’amore, le verità eterne della fede di cui hanno sete anche i nostri contemporanei.” [9]
Proviamo a chiederci:
Siamo coscienti del compito che il Signore ci affida? Cosa vuol dire per noi questa “scelta missionaria”?
Quale volto di Dio lasciamo trasparire nella vita delle nostre comunità?
Quali percorsi di evangelizzazione sono stati attivati in questi anni?
Quali attenzioni e caratteristiche può assumere l’annuncio del Vangelo in questo tempo di grandi cambiamenti in cui non si può più dare per scontata la fede?
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La responsabilità di tutti
Certamente nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma come dice Papa Leone: “Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio.” [10] Oggi sentiamo con forza questa responsabilità che è di tutti i battezzati.
Innanzitutto dei nostri preti: il loro compito è più che mai delicato e prezioso. Portano sulle spalle il peso della cura pastorale. A loro chiedo di essere, per le comunità, un punto di riferimento saldo e positivo. Non semplicemente coloro che amministrano i sacramenti – che pure è compito essenziale – ma uomini capaci di ascoltare, di incoraggiare, di unire ed accogliere. La solitudine, la stanchezza e talvolta l’incomprensione sono pesi reali. Eppure tanti di voi continuano a spendersi senza risparmio, con pazienza e generosità. A tutti va il mio grazie più sincero e quello di tutta la Diocesi: per la fedeltà con cui accompagnate le comunità, per il coraggio con cui, anche nelle situazioni più difficili, continuate a essere presenza di Chiesa. Il Signore sa bene che solo uniti a Lui e uniti tra di noi possiamo portare frutto e dare al mondo una testimonianza credibile. Sappiamo che questa comunione oggi è ostacolata da un clima culturale che favorisce l’isolamento o l’autoreferenzialità. Nessuno di noi è esente da queste insidie che minacciano la nostra vita e la forza del nostro ministero. È molto paterno l’invito che papa Leone XIV a Pavia il 20 giugno scorso ha fatto ai sacerdoti: “talvolta possono soffrire il senso di dispersione interiore, di stanchezza per le molteplici incombenze: ritornate sempre al centro, unificate tutto nella relazione con il Signore, e in Lui scoprite la gioia della fraternità presbiterale e il comune lavoro pastorale con i laici.”
Ci è chiesto di andare all’essenziale nella nostra vita: l’immedesimazione con la vita di Cristo (cfr. Ef 4,5). Ed un aiuto grande a questo compito ci è offerto dal ministero dei diaconi. Essi sono il segno tra noi dello stesso Cristo Signore, che non venne per esser servito, ma per servire, testimoni della Chiesa impegnata a crescere nel servizio del Regno, nell’amore ad ogni persona. I diaconi, accanto ai presbiteri ed insieme con loro, sono chiamati ad una forma di collaborazione essenziale con il vescovo per raggiungere i fedeli nelle diverse realtà. Il loro compito è prezioso. I diaconi che vivono nel Matrimonio richiamano con la loro stessa vita coniugale l’unità della Chiesa, l’unità dei doni nell’unico corpo. E chi vive anche la responsabilità nel proprio lavoro di ogni giorno, a fianco di uomini e donne, offre la propria testimonianza di vita cristiana. La carità è la più forte testimonianza di Cristo presente.
Come è importante allora che anche tra i sacerdoti e tra i diaconi cresca sempre più il “gusto” di camminare insieme. In questo senso ringrazio tutti coloro che non lasciano mai di partecipare ai momenti comuni, ritiri, incontri di formazione, riunioni vicariali. Ogni opportunità per camminare insieme costruisce la nostra Chiesa più delle iniziative personali. Allo stesso modo le iniziative personali se condivise diventano ricchezza di tutti.
Essere missionari dunque è una dimensione costitutiva di ogni battezzato. Incorporati a Cristo partecipiamo anche noi della sua stessa missione. Per cui è proprio importante che anche i laici sentano crescere dentro di sé il desiderio di testimoniare la bellezza dell’incontro con Gesù, coscienti che ciò che portiamo non siamo noi stessi ma la comunione che viviamo e che desideriamo vivere là dove veniamo mandati. La missione è proprio la dilatazione della comunione vissuta.
È importante vivere questa comunione nella quotidianità di una realtà concreta, in una comunità parrocchiale, in un gruppo, in un movimento o una associazione di fedeli, nella famiglia e in gruppi di famiglie. La Chiesa è lì, dove insieme celebriamo l’Eucaristia, dove si mette in comune la vita, cercando di farla illuminare dal Vangelo, dandosi aiuto reciproco per essere testimonianza credibile di Cristo, che è la speranza della nostra vita e del mondo.
C’è un’unica condizione: che la comunità concreta di cui faccio parte sia legata alla Chiesa intera. Per questo in ogni Messa si rammenta il Papa, segno supremo dell’unità della Chiesa cattolica, universale, e il Vescovo, segno dell’unità di ogni comunità nella diocesi e con la Chiesa universale
Il compito è aver cura che i fedeli laici, nutriti della Parola di Dio e formati nella dottrina sociale della Chiesa, siano protagonisti dell’evangelizzazione nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, negli ambienti sociali e culturali, nell’economia, nella politica. Per questo è necessaria la formazione per rispondere alla sfida del presente. Sarà molto importante, concretamente, un lavoro di ripresa e paragone con l’ultima enciclica di papa Leone “Magnifica Humanitas”.
Esiste un’altra presenza silenziosa che attraversa tutta la nostra Diocesi e la vita della Chiesa, quella dei religiosi e delle religiose. Con la loro vita di preghiera e di consacrazione essi alzano lo sguardo e ci ricordano che senza Dio ogni costruzione umana prima o poi crolla. Penso in modo particolare ai nostri monasteri e alle comunità di clausura, a quanti vivono e operano nelle città, a coloro che servono nelle scuole, negli ospedali, nelle parrocchie e nelle case di accoglienza. Spesso la loro presenza è discreta e poco visibile, ma è essenziale. Nel silenzio della preghiera e nella fedeltà del servizio quotidiano, essi testimoniano che la vita cristiana non si misura sull’efficienza o sulla visibilità, ma sulla fedeltà e sull’amore.
Il cammino sinodale ci ha richiamato il fatto che oltre al ministero imprescindibile di chi presiede la comunità cristiana, in forza del sacramento dell’ordine che ha ricevuto, è indispensabile anche il servizio di alcuni, donne e uomini, che assumono la responsabilità di ministeri battesimali per il buon andamento della comunità cristiana e perché essa possa più speditamente svolgere il suo servizio e il suo compito nel mondo, favorendo la corresponsabilità di tutti i battezzati.
È importante capire che i laici non realizzano la propria vocazione diventando piccoli funzionari parrocchiali, altrimenti si rischia il clericalismo. La missione propria dei laici è nel mondo: famiglia, lavoro, cultura, politica, scuola, economia, relazioni sociali.
I ministeri battesimali sono una ricchezza quando nascono da una fede matura e servono davvero la comunità. Diventano un problema quando producono ruoli, incarichi, piccole autorità, identità costruite attorno a funzioni ecclesiali. La Chiesa non ha bisogno di moltiplicare funzionari pastorali. Ha bisogno di cristiani adulti nella fede, corresponsabili nella vita della Chiesa.
Il servizio di animazione pastorale della comunità potrebbe, ad esempio, essere come un lavoro di squadra tra presbiteri, diaconi, ministri istituiti e di fatto, laici e laiche, sposi, consacrati e consacrate, anche attraverso la formazione di ‘équipe pastorali’ o ‘gruppi ministeriali’ a servizio di una o più parrocchie o di una unità pastorale. Sarà importante allora continuare dei percorsi formativi (anche differenziati), per offrire dei criteri di discernimento fondamentali per chi fosse chiamato ad assumere un ministero battesimale istituito.
Papa Leone XIV ha chiesto alla Chiesa italiana il coraggio dell’essenziale. Questo significa tornare a generare nella fede, non soltanto preparare ai sacramenti. Significa formare cristiani, non utenti pastorali. Significa costruire comunità che sappiano dire con la vita: abbiamo trovato il Signore.
Proviamo a chiederci:
Vi sono ministri istituiti? Quanti accoliti? Quanti lettori? Vi sono ministri straordinari della Comunione? Quanti? Essi partecipano agli incontri di formazione permanente offerti dalla Diocesi? Vi è un coordinamento per loro? Quale formazione viene offerta a coloro che sono ministri di fatto? Sono presenti e operanti le équipes pastorali?
Avvertiamo la bontà di alcuni ministeri per le nostre parrocchie? Siamo pronti per questa prospettiva dei ministeri evitando che siano solo una delega o una supplenza? Quali punti di forza e quali criticità intravediamo nei ministeri?
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La Parrocchia
La parrocchia ha una storia antichissima e fin dagli inizi ha svolto un ruolo fondamentale nella vita dei cristiani: quello dell’annuncio evangelico. È questo annuncio che oggi deve ritornare al cuore della vita comunitaria, per fare questo forse occorre proprio la fantasia, l’inventiva la freschezza di ciò che è nuovo.
Papa Francesco è stato molto chiaro su questo: “La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie». Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a sé stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione.” [11]
Si comprende allora che la parrocchia missionaria ha bisogno di “nuovi” protagonisti: una comunità che si sente tutta responsabile del Vangelo, preti più pronti alla collaborazione nell’unico presbiterio e più attenti a promuovere carismi e ministeri, sostenendo la formazione dei laici, con le loro associazioni, anche per la pastorale d’ambiente, e creando spazi di reale partecipazione, nel riconoscimento e nella valorizzazione di tutti i doni che il Signore ha diffuso nella comunità, facendo crescere la corresponsabilità.
Soltanto in tale quadro più ampio si possono pensare criteri di ridistribuzione del clero, immaginando la presenza sul territorio di presbiteri, magari in fraternità dove le varie capacità e inclinazioni vengono esaltate. Sarà così possibile realizzare anche una valorizzazione delle competenze, un risparmio delle risorse e un riequilibrio dei carichi di lavoro.
È importante comprendere che le parrocchie non possono agire da sole. Nell’unità della diocesi, abbandonando ogni pretesa di autosufficienza, le parrocchie si possono collegare tra loro, con forme diverse a seconda delle situazioni – dalle unità pastorali alle vicarie o zone –, valorizzando la vita consacrata, le associazioni e i movimenti.
Nello stesso tempo dovremo cercare di mantenere vive le comunità laddove finora ci sono state parrocchie anche piccole, soprattutto se c’è ancora qualche elemento significativo, in modo che non si perda quell’esperienza di prossimità e di legame fraterno nel Signore che lì si può creare e custodire.
Il card. Repole in un nostro raduno suggeriva concretamente che anche nei contesti più piccoli si possono tranquillamente svolgere alcune attività importanti: come, ad esempio, mantenere aperta la chiesa, pregare insieme al mattino e alla sera, disporre di un ufficio o di uno sportello in cui raccogliere le esigenze di diverso tipo, conservare qualche proposta catechistica, svolgere un’attività caritativa proporzionata alle forze disponibili e comunque raccogliere le esigenze che ci sono, incontrare gli anziani e prendersi cura dei malati.
Al contempo, però, è necessario che alcune altre dimensioni vitali siano svolte a un livello diverso, per testimoniare in maniera efficace la novità del Vangelo. In questo senso, dobbiamo guardare a territori più vasti, sempre più in sintonia con i luoghi di vita dei cristiani e di quelli ai quali vogliamo rivolgerci.
In ogni parrocchia o unità parrocchiale è fondamentale la presenza e l’attività del Consiglio Pastorale Parrocchiale. Non si tratta di un organo formale, ma di un luogo di corresponsabilità. Certamente non ha molto senso che un Consiglio Pastorale si riunisca due o tre volte l’anno o che abbia a tema solo l’organizzazione di eventi o le comunicazioni del parroco. Deve diventare sempre più uno spazio in cui si mette a tema la conoscenza della realtà concreta della parrocchia e si cercano insieme le forme per rendere missionario ogni gesto della comunità parrocchiale, cercando insieme come annunciare a tutti la vita nuova del Vangelo.
Così papa Leone a tutti i vescovi italiani: “La partecipazione non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo. Non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero.” [12]
E pochi giorni fa incontrando la Comunità diocesana di Madrid papa Leone ha detto: “L’investimento sui consigli parrocchiali e diocesani non ha un obiettivo minore di questo: modificare la sensibilità di ciascuno grazie a un più profondo ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. È un peccato ridurli ad adempimenti burocratici. Sono luoghi di reciproco ascolto per l’esercizio del discernimento, senza il quale non solo ognuno va per la sua strada, ma rischiamo di non intendere dove il Signore ci vuole, in che cosa ci attende, a quali conversioni ci chiama. Quando questo avviene, allora il culto diventa vita e fra le persone sorgono legami di fraternità e progetti di solidarietà.” [13]
Proviamo a chiederci:
Le nostre parrocchie sentono come importante l’annuncio missionario? Si pongono in atteggiamento di ascolto per intercettare le domande e le esigenze delle persone? Quali attenzioni per gli adulti e per i giovani?
Nelle nostre parrocchie viviamo uno stile condiviso oppure c’è il rischio di muoversi settorialmente, senza una direzione unitaria o in base a quello che si è sempre fatto?
Sono presenti il Consiglio pastorale e il Consiglio parrocchiale per gli affari economici? Con quali criteri vengono definiti i membri? Con quale cadenza si incontrano? Vengono redatti regolarmente OdG e verbali? Si presentano in Parrocchia e in Diocesi i bilanci e il programma annuale? Sono presenti i giovani negli organismi di partecipazione? C’è partecipazione?
In quali occasioni le nostre comunità cristiane e, in particolare, gli organismi di partecipazione si sono posti in atteggiamento di ascolto per intercettare le domande e le esigenze delle persone, delle famiglie e dei giovani del territorio?
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Il primato della liturgia e della preghiera
Noi siamo Chiesa per rendere possibile oggi l’esperienza dell’incontro con Cristo. Ed è la vita sacramentale della Chiesa – la liturgia e la preghiera – che rende possibile oggi questo incontro.
La liturgia non è un insieme di pratiche, ma l’azione stessa di Cristo che continua a plasmare, guarire e sostenere la sua Chiesa. È un momento di amore e di incontro con Dio, in cui cerchiamo di vedere Lui e di essere visti da Lui, proprio come facciamo quando andiamo a trovare le persone che amiamo. È ciò che tiene in vita la nostra comunità quando tutto il resto vacilla. Chi prega trova fiducia e trasforma il modo di vedere le cose.
Dobbiamo tenere la liturgia e la preghiera al centro della vita delle nostre comunità, come ciò che dà forma alle nostre giornate, alle nostre settimane, alla nostra vita, soprattutto in questo cambiamento che attraversa il nostro tempo.
Dobbiamo curare l’Eucaristia. Non possiamo più limitarci, come si è fatto spesso in passato, a garantire la possibilità della Messa domenicale più comoda, soprattutto se ciò ha come conseguenza celebrazioni poco curate (dalle letture, all’omelia e al canto), che non sono l’espressione di una comunità cristiana in tutte le sue componenti (dai ragazzi agli anziani) e che non permettono di sperimentare la gioia di incontrarsi tra fratelli. Si deve pertanto avviare un processo che ci porti gradualmente a strutturare una rete di comunità presiedute da un prete, possibilmente coadiuvato da altri preti e da diaconi, costruita intorno a un “centro eucaristico”, cioè a quel luogo in cui le comunità convergono per la celebrazione eucaristica domenicale. Si comprende che questo obbligherà qualcuno a spostarsi; tuttavia viviamo in una società nella quale ci si muove per ogni cosa (dalla spesa, al lavoro, al medico…). Se ci teniamo alla nostra vita cristiana, potremo dare più rilievo al valore di una celebrazione eucaristica viva e coinvolgente che alla fatica di qualche spostamento.
Come è importante poi la dimensione comunitaria e sanante del Sacramento della Riconciliazione. Anche se vissuto in forma privata esso è in realtà un sacramento ecclesiale, che guarisce non solo il singolo ma l’intera comunità, ristabilendo la comunione ferita. Celebrazioni penitenziali comunitarie ben preparate possono ridare a questo incontro con la misericordia di Dio tutta la sua forza di rinascita.
Grande attenzione va data anche al Sacramento del Matrimonio e alla cura delle famiglie. In un tempo che fatica a credere nella fedeltà e nella durata, accompagnare gli sposi significa aiutarli a fondare la loro casa non sulla fragilità delle emozioni, ma sulla roccia dell’amore di Cristo.
Proviamo a chiederci:
Quale cura per la vita di preghiera? Sono programmati momenti per la formazione biblica, teologica e liturgica? Come si colloca la liturgia nella vita della comunità?
Esiste un gruppo liturgico parrocchiale o un coordinamento liturgico di unità pastorale?
I libri liturgici attualmente in vigore sono usati in ogni celebrazione e sono presenti in ogni chiesa o cappella?
Quanti sono percentualmente i frequentanti della messa domenicale? Quale cura viene riservata alla celebrazione eucaristica domenicale? Vi è un servizio di accoglienza all’inizio? L’animazione liturgica della messa domenicale è curata e vissuta in modo bello e dignitoso? C’è un gruppo canoro che anima la santa messa? Ci sono dei ministranti? Quanto sono coinvolti i ragazzi e i giovani?
Quali sono le proposte di affiancamento per la celebrazione dei battesimi, dei riti del catecumenato degli adulti, dei matrimoni, delle esequie?
Viene dato spazio all’ascolto della Parola fuori dalla messa? Ci sono gruppi del Vangelo? Con quale frequenza si incontrano? Ci sono altre proposte di preghiera sul territorio: Liturgia delle ore, adorazione eucaristica?
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L’annuncio e la catechesi
Su questo punto papa Leone ha avuto parole molto forti all’ultima assemblea dei vescovi italiani: “Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. […] La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura.” [14]
Il Papa ha posto una questione decisiva: l’iniziazione cristiana non può essere ridotta alla preparazione ai sacramenti. Essi sono un dono di grazia. Il problema nasce quando vengono ricevuti senza un cammino reale di fede, senza una comunità viva, senza famiglie accompagnate, senza adulti capaci di testimoniare Cristo.
La fede oggi non è più scontata. Non possiamo più immaginare che basti amministrare l’esistente. Non possiamo più fingere che la parrocchia funzioni per inerzia. Non possiamo più pensare che un percorso sacramentale, da solo, generi automaticamente una vita cristiana.
Molti bambini ricevono i sacramenti e poi spariscono. Molti giovani si allontanano senza aver incontrato davvero Cristo. Molti adulti conservano un cristianesimo fragile, emotivo, culturale, incapace di orientare la vita. Questa è la sfida di oggi.
La formazione non è in primo luogo una questione di lezioni o corsi, ma di esperienza vissuta insieme. Non si tratta di fermarci a trasmettere una dottrina, un’osservanza, un’etica, ma siamo chiamati a condividere ciò che viviamo, con generosità, amore sincero, disponibilità a soffrire per gli altri, dedizione senza riserve, come genitori che si sacrificano per il bene dei figli.
E qui è importante comprendere la dimensione comunionale della formazione. Come infatti la vita umana si trasmette grazie all’amore di un uomo e di una donna, così la vita cristiana è veicolata dall’amore di una comunità. Non è il sacerdote da solo, o un catechista o un leader carismatico, che genera alla fede, ma la Chiesa, [15] unita, viva, fatta di famiglie, di giovani, di celibi, di consacrati, animata dalla carità e perciò desiderosa di essere feconda, di trasmettere a tutti, e soprattutto alle nuove generazioni, la gioia e la pienezza di senso che vive e sperimenta.
Alcune attenzioni: Anzitutto la necessità di favorire percorsi di vita coinvolgenti e personali. Poi, l’importanza di aiutare chi intraprende un cammino di fede a maturare e custodire un modo di vivere nuovo, che abbracci ogni ambito dell’esistenza, privato e pubblico, come il lavoro, le relazioni e la condotta quotidiana.
“Se la fede è qualcosa che interessa la vita, che plasma le dimensioni fondamentali dell’esperienza umana, come il nascere e il morire, il lavorare e il fare festa, il soffrire e l’amarsi, il desiderio di conoscere e la creazione artistica e altro ancora, allora ci vogliono persone che vivono così per mostrare, soprattutto a bambini, ragazzi e giovani, che è vero, è bello, vale la pena provare a fare propria quella fede e a condividerla con altri.” [16]
La comunità è chiamata ad accompagnare i ragazzi nella loro crescita, aiutandoli a conoscere il Signore Gesù e a vivere la relazione con lui come dimensione costitutiva di tutta la loro persona e di tutte le esperienze che caratterizzano il percorso evolutivo.
Proviamo a chiederci:
In che modo favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana?
Esiste un gruppo di catechisti? Quali itinerari di formazione vengono offerti e richiesti loro? Quali sono le proposte di catechesi per adulti e di primo annuncio attivate in parrocchia o nelle unità pastorali? Chi cura l’annuncio e la catechesi di adolescenti e giovani? Quali proposte vengono fatte? C’è attenzione ai ragazzi disabili o con difficoltà?
Quale attenzione per altri momenti decisivi nella vita delle persone come il tempo del fidanzamento, la preparazione al matrimonio, l’ingresso di nuove famiglie, la perdita del lavoro, la vicinanza nella sofferenza e nella morte?
Vi sono proposte di catechesi per i genitori dei bimbi da 0 a 6 anni? Vi è prossimità della comunità cristiana davanti a problemi economici e lavorativi delle persone? Quali investimenti per una formazione biblica, liturgica, teologica?
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La carità
Nella nostra diocesi la Caritas, sia a livello diocesano che parrocchiale, e tante altre associazioni ecclesiali vincolate ad essa e alle parrocchie, ai movimenti e associazioni, realizzano una presenza capillare di assistenza e sostegno a chi si trova in difficoltà umana, economica, sociale.
È molto importante che questa presenza sia portatrice del Vangelo, e non si riduca mai a assistenzialismo o a mero supporto pratico di politiche sociali. Siamo chiamati a dar testimonianza della vera Carità che è amore alla persona umana intera, la quale ha tanti bisogni ma il cui bisogno più grande è scoprire, attraverso il nostro amore concreto di essere amata da Dio in modo infinito. Anche in questo caso è importante che ogni comunità, a livello diocesano o parrocchiale, ogni associazione o cooperativa, faccia di tutto per non ridurre la portata del messaggio di fede e speranza che siamo chiamati a portare attraverso l’azione caritativa.
C’è un luogo in cui l’accoglienza, il dialogo e la guarigione sono già realtà vissute: le nostre opere sociali: i nostri centri di ascolto, gli ambulatori, i centri Caritas, le mense per i poveri, le case di accoglienza.
Bisogna innanzitutto sostenere queste opere con generosità, perché possano continuare la loro missione. È sempre più difficile garantirne il mantenimento, lo sviluppo e allo stesso tempo custodirne lo spirito di apertura e di accoglienza, insieme alla professionalità dell’impegno.
In secondo luogo, bisogna far conoscere queste realtà per mostrare che un’altra via è possibile. Troppo poco le conosciamo anche perché tengono vivo il tessuto della nostra convivenza.
Proviamo a chiederci:
È presente e attiva la Caritas parrocchiale? O almeno un gruppo di persone che anima e coordina la dimensione caritativa della comunità parrocchiale?
C’è un Centro di ascolto? C’è un Osservatorio delle povertà e delle risorse del territorio?
C’è un collegamento strutturato con la Caritas diocesana? La comunità viene coinvolta nelle proposte di solidarietà nazionale, diocesana o parrocchiale? Che tipo di educazione alla carità viene promossa per tutta la comunità?
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I giovani
Se gli anziani sono la memoria della comunità, i giovani ne sono la profezia. In loro si concentrano le attese, le paure, ma anche le energie più vive delle nostre comunità. Essi dimostrano che questa comunità ha ancora un avvenire.
Essi sono i primi a soffrire il lavoro che non c’è, la casa che non si può comprare, il futuro che appare come un muro. Ma i giovani sono anche quelli che sanno osare, che non rinunciano a porsi interrogativi, senza dare nulla per scontato. La Chiesa ha bisogno di essere accanto a loro. Le nostre parrocchie siano luoghi dove i giovani si sentono a casa. Non solo come destinatari di attività, ma come protagonisti. Dove possono esprimere i loro talenti, dove le loro domande non vengono giudicate ma accolte, dove possono innamorarsi di Cristo e della sua Chiesa.
Il nostro carissimo don Lindo Contoli che da poco ci ha lasciato e che è stato padre di tante generazioni di giovani diceva: “I giovani hanno una grande domanda e bisogno di una compagnia che non trovano. Da un lato la tecnologia non aiuta, dall’altra gli adulti devono avere la pazienza di stare con loro ma non per insegnare qualcosa, solo mossi dal desiderio di stare con loro. Gli adulti devono accogliere i giovani come se fosse la cosa che più preme loro nella vita, perché sono il futuro. “Dopo di me chi ci sarà? Io ci sarò solo se sono stato con te giovane”. La preoccupazione degli adulti non deve essere nell’esito dell’educazione ma nel percorso fatto insieme.”
I giovani vivono in un contesto segnato da frammentazione, solitudine, crisi educativa e distanza dalla fede, ma continuano a cercare relazioni autentiche, senso della vita e luoghi dove sentirsi accolti.
È importante avere alcune attenzioni decisive:
Centralità della relazione e non delle strutture con l’aiuto di persone credibili capaci di ascolto, vicinanza e testimonianza, l’incontro con una presenza umana e comunitaria che rende la vita più bella e intensa.
La centralità dell’esperienza, perché la fede viene trasmessa soprattutto attraverso esperienze vive di comunità, servizio, preghiera, fraternità e carità. È decisivo invitare i giovani a verificare personalmente la proposta ricevuta nell’impatto quotidiano con lo studio, gli affetti e la società.
L’accompagnamento personale è fondamentale per aiutare ogni giovane a leggere la propria vita, le proprie domande e vocazioni. È importante aiutare i giovani a paragonare la proposta cristiana con le esigenze strutturali del proprio cuore.
Offrire comunità accoglienti e inclusive, luoghi in cui i giovani possano sentirsi protagonisti e non semplici destinatari di attività.
Attenzione al linguaggio nel comunicare il Vangelo. Le parole acquistano significato solo se passano attraverso l’esperienza presente e in un riscontro con la realtà.
Ci sono gruppi di educatori nella comunità?
Quali sono le emergenze educative e quali sono state le iniziative messe in atto fino a questo momento? Quali proposte educative per i ragazzi, gli adolescenti e i giovani?
Quali proposte educative d’estate? Quale dialogo fra educatori, genitori e famiglie? C’è connessione fra proposte diocesane e parrocchiali?
Quale cura pastorale per i giovani che si sono allontanati? Come vengono integrate le proposte educative fra associazioni, catechesi, gruppi parrocchiali? Vi è almeno un gruppo famiglie?
Dove sono impegnati i giovani sopra i 18 anni? Quali interessi manifestano? Quale ricerca spirituale, quale desiderio di incontrare il Signore? I giovani manifestano sensibilità e appartenenza nei confronti della propria comunità? Le nostre proposte di preghiera, liturgia, parola di Dio tengono conto dei nostri giovani? C’è un continuo ascolto dei giovani?
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La Chiesa sul territorio
In questi ultimi anni si è avvertita ovunque la necessità di ripensare nuovi modelli di presenza della Chiesa sul territorio perché le comunità cristiane siano luoghi di autentica esperienza ecclesiale: dove avvenga un reale incontro con il Signore Risorto, si alimenti la relazione con Lui; dove si viva la fraternità perché radicati in Cristo; dove si celebri il Signore in modo dignitoso, aiutati da diverse ministerialità; dove tutti si sentano corresponsabili dell’annuncio del Vangelo.
Sarà importante operare coraggiosi cambiamenti soprattutto nell’unire parrocchie, superare certi confini territoriali e rendere le nostre comunità più aperte, imparando a lavorare insieme e a ripensare l’agire pastorale unendo le forze. Siamo invitati a non chiudersi in campanilismi che non hanno molto a che fare con una mentalità che nasce dalla fede, ma solo da tradizioni sociali superate. All’interno di una unità più grande si potrà arrivare a condividere aspetti come la formazione dei catechisti, le iniziative per i giovani e per i ragazzi, le iniziative di catechesi degli adulti e di preparazione ai sacramenti. Fare insieme fa crescere la comunione. Questo non vuol dire che scompariranno le comunità, ma che varie comunità potranno far parte di un unico ente parrocchiale, e la parrocchia sarà “comunità di comunità”, come da anni viene auspicato che sia. A questo scopo c’è da fare un lavoro di riflessione nelle comunità parrocchiali, ascoltando tutti e anch’io mi prendo la responsabilità di non decidere se non insieme alle comunità interessate.
La gestione economica poi della parrocchia e delle altre realtà ecclesiali dovrà essere sempre più trasparente e documentata a tutti, cosa che aiuta nella corresponsabilità. Molte delle nostre parrocchie stanno soffrendo per la scarsità dei mezzi economici e la Diocesi stessa riesce a “sopravvivere” solo grazie all’apporto dell’8×1000, che sarà importante sempre sostenere con le nostre firme.
Dovremo porre molta attenzione anche alle strutture della nostra Diocesi. La ragione per cui esse sono state pensate nei secoli o nei decenni passati si innestava in un tessuto comunitario sociale vitale e poteva contare su una massiccia partecipazione. In un contesto fortemente mutato, c’è il pericolo che alcune “strutture” non rispondano più così bene alle necessità della vita reale della nostra Diocesi o possano essere addirittura di ostacolo, invece che di supporto, alla missione della Chiesa.
Siamo chiamati a ripensare alla nostra organizzazione, ai luoghi, alle sue attività e al suo modo di essere presenza profetica dentro la storia. Non si tratta di cancellare il passato o di inventare nuove strutture, ma di creare le condizioni idonee per la trasmissione della fede e l’annuncio del Vangelo.
Il Signore è venuto a portare una vita, non una organizzazione. In una società come questa non si può creare qualcosa di nuovo se non con la vita: non c’è struttura, né organizzazione o iniziative che tengano. È solo una vita diversa e nuova che può rivoluzionare strutture, iniziative, rapporti, insomma tutto.
Proviamo a chiederci:
Quali questioni sociali e culturali avvertiamo più rilevanti nel nostro territorio? Come vengono vissute dalle nostre comunità anche ripensando scelte ed azioni pastorali?
Chi sono gli interlocutori principali con cui le nostre comunità dialogano? Quali potenzialità o criticità sono emerse? Quali sono gli ambiti nei quali principalmente la parrocchia dialoga con la società nel suo insieme?
Ci sono proposte per vivere il Vangelo in famiglia, nel mondo del lavoro, nella scuola, nella fragilità, nello sport?
Cosa offre al territorio l’Unità pastorale, come formazione, strutture e collaborazioni? Per esempio: se esiste una scuola cattolica come viene coinvolta nella vita dell’Unità pastorale?
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Invito finale
È importante non dimenticare il richiamo che il Papa ha fatto alla Chiesa Italiana e ai suoi pastori nel suo primo incontro: “La relazione con Cristo ci chiama a sviluppare un’attenzione pastorale sul tema della pace. Il Signore, infatti, ci invia al mondo a portare il suo stesso dono: “La pace sia con voi!”, e a diventarne artigiani nei luoghi della vita quotidiana. […] Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa”. [17]
Il nostro mondo ha un profondo bisogno della pace di Cristo, le divisioni tra cristiani indeboliscono la nostra capacità di essere efficaci portatori di quella pace. Il Signore ci conceda di non aver paura di sperare, di avere il coraggio che viene dall’amore per affrontare i problemi e di realizzare questa speranza amando con audacia.
Lasciamoci provocare dalle parole di Papa Francesco: “Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37)”. [18]
Ed accogliamo l’invito di Papa Leone rivolto a tutta la Chiesa che è in Italia dopo il lungo cammino sinodale: “Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri […]
Affido il vostro cammino alla Vergine Maria, Madre della Chiesa. Lei ha accolto il dono, ha custodito la Parola, ha camminato con i discepoli, ha atteso lo Spirito nel Cenacolo. Vi aiuti a essere «radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede» (Col 2,7), a custodire l’essenziale, a generare nella fede, a camminare con il Popolo di Dio, a riconoscere la voce del Signore che ancora chiama, consola e invia.” [19]
Desidero condividere con voi in queste pagine l’immagine della “Madonna della Misericordia” di Antonio Martinucci (Imola, 1463 ca. – Imola, 1510), detto Guidaccio da Imola (1472), che è conservata nella chiesa di San Michele dell’Osservanza di Imola.
La Vergine è raffigurata in piedi, di grandi dimensioni, mentre allarga il proprio mantello per accogliervi, al di sotto, i fedeli inginocchiati insieme ai santi Francesco e Bernardino da Siena. La misericordia di Maria è l’espressione dell’infinito amore che Dio ha diffuso nel suo cuore, perché la misericordia è una delle espressioni più alte dell’amore. Siamo riconoscenti di fronte all’amore immenso che Dio ha riversato nel cuore di Maria e che Maria riversa continuamente sull’umanità. Riconosciamo che noi siamo tutti piccoli, fragili, peccatori ma sotto lo sguardo materno di Maria possiamo veder trasformata tutta la nostra vita, rendendola gradita a Dio e rendendoci capaci di amare di più i nostri fratelli, perché se Dio ha misericordia di noi, dobbiamo essere misericordiosi con tutti, a cominciare da chi più ci sta vicino.
Imola, 13 luglio 2026
Settimo anniversario
Ordinazione Episcopale e ingresso in Diocesi
+ Giovanni Mosciatti, vescovo
[1] Cfr. Papa Francesco, Udienza Generale, 22 marzo 2023.
[2] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso, 28 novembre 2025.
[3] Cfr. S Agostino, Esposizione sul Salmo 127 (3)
[4] Papa Leone XIV, Ai Vescovi della CEI, 17 giugno 2025
[5] Cfr. Papa Benedetto XVI, Alla Fraternità sacerdotale S. Carlo Borromeo, 12 febbraio 2011
[6] Cfr. Papa Leone XIV, Lettera enciclica “Magnifica humanitas”, n.89
[7] Cfr. Lumen Gentium, 1.
[8] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n.27
[9] Cfr. Papa Benedetto XVI, Alla Fraternità sacerdotale S. Carlo Borromeo, 12 febbraio 2011
[10] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso alla CEI, 28 maggio 2026
[11] Cfr. Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n.28
[12] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso alla CEI, 28 maggio 2026
[13] Cfr. Papa Leone XIV, Alla comunità diocesana di Madrid, 8 giugno 2026
[14] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso alla CEI, 28 maggio 2026
[15] Cfr. Papa Francesco, Evangelii gaudium, n.111
[16] Cfr. Papa Leone XIV – Ai partecipanti alla Plenaria del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, 6 febbraio 2026
[17] Cfr. Papa Leone XIV, Ai Vescovi della CEI, 17 giugno 2025
[18] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n.49
[19] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso alla CEI, 28 maggio 2026