In questi giorni, come ogni anno per la Festa del nostro patrono S Cassiano, siamo messi difronte alla tremenda vicenda del suo martirio. Un maestro, un educatore, con tutta la passione per il proprio lavoro e per quei ragazzi a cui insegnava a scrivere velocemente, assalito ed ucciso così, proprio da quei ragazzi per cui aveva dato la vita e tutta la sua dedizione. Ma dov’è il segreto di Cassiano, cosa lo ha reso forte e intrepido davanti a questo martirio? Cosa lo ha sostenuto davanti a questo dramma che ha così colpito anche i suoi contemporanei?
“Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo – ci ricorda Gesù nel Vangelo – ma non hanno il potere di uccidere l’anima.” Uccidere l’anima, fare fuori il nostro cuore, il nostro legame con il Mistero di Dio, questo nessuno potrà farlo.
Ancora oggi accade che tantissimi subiscono persecuzione, come è accaduto nei primi secoli della grande storia cristiana. Ciò che ha dato coraggio a Cassiano nell’esperienza così drammatica del suo martirio è ciò che da coraggio a questi nostri fratelli in tante parti del mondo: è l’aver incontrato Cristo, la profonda amicizia con Lui capace di accendere una speranza ineffabile.
Questa è la santità: lasciare che Cristo prenda spazio nella nostra vita, che piano piano quel volto diventi sempre di più il nostro, pur con tutti i nostri limiti, che non vengono tolti. Non diventeremo mai perfetti, ma in Cassiano e in tutti i santi c’è in loro il desiderio, più o meno esplicito, di poter arrivare a dire, come san Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me.”
Diventare santi significa bruciare dello stesso amore e dello stesso desiderio per la felicità dei nostri fratelli uomini di cui bruciava Gesù e di cui bruciavano i tanti nostri amici che ora vivono in Lui. Perché noi, che Lo abbiamo incontrato e abbiamo sperimentato cosa sia il centuplo quaggiù, non possiamo non fremere al pensiero di quanta gente ancora vive senza avere la più pallida idea di chi Lui sia.
Che qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi! Ma per questo, perché sia così, noi dobbiamo bruciare, letteralmente ardere di passione per l’uomo, perché Cristo lo raggiunga.
È con questo desiderio che desidero il mese prossimo iniziare la Visita Pastorale, momento in cui sono chiamato a visitare la Diocesi interamente per confermare i fratelli in uno sguardo di speranza e assicurare ad ogni persona la vicinanza misericordiosa del Signore e della sua Chiesa.
La visita Pastorale sarà l’occasione di entrare nell’ambiente di vita delle comunità, conoscerne le vicende, i problemi e le stanchezze, le speranze e i progetti; confermando i fratelli nella fede, segno di una Chiesa che si prende cura, si confronta e affronta con coraggio anche le difficoltà. Confido nell’intercessione di S Cassiano, perché possa seguire l’esortazione di san Paolo: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio” (At 20,28).
Non dobbiamo cadere nella tentazione di pensare che, di fronte a tanti problemi e carenze, sia meglio arrendersi o adattarsi al pensiero di moda, riorganizzare le cose con rammendi. Non possiamo cadere nel rischio di abituarci a situazioni che sono così radicate da sembrare normali o insormontabili.
Siamo invitati a riconoscere ciò che è veramente essenziale. Abbiamo un tesoro tra le mani! Siamo custodi della presenza di Gesù, l’unico che può rispondere al desiderio di pienezza e di felicità che abita il cuore di ogni uomo. Ci è chiesto qualcosa di bello e avvincente: essere una Chiesa fatta di comunità vive, nelle quali non solo si parla, ma si sperimenta davvero il Regno di Dio, di cui la Chiesa è come un germe.
In vista del nostro incontro ho scritto una lettera con alcuni spunti di riflessione e di lavoro in modo che il dialogo ed il confronto che vivremo insieme ci porti a vivere una unità più profonda tra noi, a condividere problemi e stanchezze ed accogliere ciò che lo Spirito ci suggerisce per una sequela più profonda dietro a Gesù.
Il titolo di questa lettera intende riprendere il motto dello stemma di Leone XIV: “In Illo uno unum”, che si traduce dal latino con “Nell’unico Cristo siamo uno”. Il desiderio di Gesù è che i discepoli vivano l’unità tra loro, come Gesù vive l’unità con il Padre. Egli sa che sarà proprio l’unità vissuta tra loro ad essere il primo segno di testimonianza che mostra la novità e la bellezza della fede.
“Siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”. (Gv 17,21) prega Gesù nell’ultima cena.
Questa unità non è il frutto di un nostro sforzo, ma un dono. La morte e risurrezione di Gesù e la Sua presenza viva fa dei discepoli un unico corpo, pur nella diversità delle sue membra. È l’amore di Gesù che li rende appartenenti l’uno all’altro. E di questo Cassiano ne è testimone, testimone di un amore così grande tanto da dare tutta la sua vita.
Mons. Giovanni Mosciatti
vescovo della Diocesi di Imola
13-08-2026