28/04/2025
Cattedrale di San Cassiano, Imola
Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei, va di notte da Gesù. È un uomo che ha uno sguardo attento, è curioso, vuole capire. “Nessuno può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui” dice a Gesù. C’è qualcosa di più grande, vuole capire. Gli risponde Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». C’è un dono da ricevere, da accogliere, una nuova nascita.
Papa Francesco ci è stato testimone di questa nuova nascita, di cosa vuol dire essere afferrati da Cristo e lasciarsi guidare dall’opera della Spirito. Nel silenzio della preghiera il nostro dolore è anche commossa gratitudine per la testimonianza di fede instancabile che Papa Francesco ha mostrato al mondo fino all’ultimo giorno. Ci ha confermato nella fede del Signore Risorto e nella riscoperta del suo volto amoroso che sempre ci precede, sempre ci perdona, sempre ci invita a lasciarci accogliere nelle Sue braccia, che sono le braccia della Chiesa. Solo questo dona gioia alla vita, come il Santo Padre ci ha indicato nella sua prima enciclica: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia” (Evangelii Gaudium, 1).
Occorre una nuova nascita perché la fede possa incontrare il cuore dell’uomo d’oggi. Non accade, certo, in forza di un dovere o di un ragionamento. Solo per attrazione. Un cristianesimo dell’attrattiva e dello stupore, di questo ha bisogno la Chiesa, e soprattutto il mondo, ci ha ricordato papa Francesco: “Non dobbiamo attendere di essere perfetti e di aver fatto un lungo cammino dietro a Gesù per testimoniarlo; il nostro annuncio comincia oggi, lì dove viviamo. E non comincia cercando di convincere gli altri, convincere no: ma testimoniando ogni giorno la bellezza dell’Amore che ci ha guardati e ci ha rialzati e sarà questa bellezza, comunicare questa bellezza a convincere la gente, non comunicare noi, ma lo stesso Signore. Noi siamo quelli che annunciano il Signore, non annunciamo noi stessi, né annunciamo un partito politico, una ideologia, no: annunciamo Gesù. Bisogna mettere in contatto Gesù con la gente, senza convincerli, ma lasciare che il Signore convinca. Come infatti ci ha insegnato Papa Benedetto, la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione”. (Udienza generale, 11 gennaio 2023)
E papa Francesco ci ha attratto per il suo cuore sacerdotale, egli è stato soprattutto un sacerdote, un curatore di anime. Quante volte abbiamo saputo di Francesco a cui riferivano situazioni di sofferenza, vissute da persone comuni con cui veniva in contatto. E lui interveniva, a consolare o confortare nella fede, con una telefonata o un biglietto scritto a mano. “Vicinanza, compassione tenerezza”: lo ripeteva spesso in pubblico, descrivendo il modo con cui Dio si rapporta all’uomo, ideale a cui doveva ispirarsi anche l’approccio della Chiesa verso le persone, senza chiudere la porta a nessuno. I santi non sono uomini perfetti, sono uomini veri, con i loro errori, il loro difetti, a volte il loro caratteraccio. Peccatori guardati dal Signore. “Misericordiati”. In un’intervista per Tv2000, nel 2016, disse di preferire i detrattori agli adulatori: “Io ho allergia degli adulatori. Mi viene naturale, non è virtù. Perché adulare un altro è usare una persona per uno proprio scopo, nascosto o meno… I detrattori parlano male di me, e io me lo merito, perché sono un peccatore: così mi viene di pensare. Ma non te lo meriti per quello di cui ti accusano? No. Però, magari per un’altra cosa che lui (il detrattore) non sa!”. Papa Francesco ha sempre messo al centro il Vangelo della misericordia, sottolineando ripetutamente che Dio non si stanca di perdonarci: Egli perdona sempre qualunque sia la situazione di chi chiede perdono e ritorna sulla retta via. Ha voluto il Giubileo Straordinario della Misericordia, mettendo in luce che la misericordia è “il cuore del Vangelo”.
Quanti articoli, ricordi, commenti su papa Francesco e il suo pontificato abbiamo letto o ascoltato in questi giorni. Ma c’è una domanda importante che è per tutti noi: quale richiamo il Signore sta facendo alla nostra vita, per la nostra conversione con la testimonianza di papa Francesco? La modalità di totale donazione di sé e vicinanza agli altri che Francesco ci testimonia ci interpella. Il Cardinal Re, il giorno del funerale, ci ha ricordato che “il suo temperamento e la sua forma di guida pastorale, ha dato subito l’impronta della sua forte personalità nel governo della Chiesa, instaurando un contatto diretto con le singole persone e con le popolazioni, desideroso di essere vicino a tutti, con spiccata attenzione alle persone in difficoltà, spendendosi senza misura, in particolare per gli ultimi della terra, gli emarginati. È stato un Papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti. Inoltre è stato un Papa attento al nuovo che emergeva nella società ed a quanto lo Spirito Santo suscitava nella Chiesa”.
E lo ha fatto col suo linguaggio ricco di immagini e di metafore, cercando di illuminare con la sapienza del Vangelo i problemi del nostro tempo.
Ci ha fatto riconosce il “cambiamento di epoca”. Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. L’atteggiamento sano – ci ha ricordato – è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con discernimento. La vita cristiana è un cammino, un pellegrinaggio. La storia biblica è tutta un cammino, segnato da avvii e ripartenze; come per Abramo; come per quanti, duemila anni or sono in Galilea, si misero in cammino per seguire Gesù.
Ci ha ricordato che la Chiesa è una casa per tutti; una casa dalle porte sempre aperte. Quante volte ha usato l’immagine della Chiesa come “ospedale da campo” dopo una battaglia in cui vi sono stati molti feriti; una Chiesa desiderosa di prendersi cura con determinazione dei problemi delle persone; una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, curandone le ferite.
Innumerevoli sono stati suoi gesti e le sue esortazioni in favore dei rifugiati e dei profughi. Costante è stata anche l’insistenza nell’operare a favore dei poveri. Ed è un invito pressante quello che ci lascia ad una Chiesa in uscita, indicandoci la via delle periferie umane e esistenziali, affinché la Chiesa ritrovi il suo ardore missionario, invitando tutti i battezzati ad essere discepoli missionari.
Contro “la cultura dello scarto”, ci ha parlato della cultura dell’incontro e della solidarietà. Nella Lettera Enciclica “Fratelli tutti” ha voluto far rinascere un’aspirazione mondiale alla fraternità, apparteniamo tutti alla medesima famiglia umana. E rivolgendosi agli uomini e alle donne di tutto il mondo, con la Lettera Enciclica “Laudato si’” ha richiamato l’attenzione sui doveri e sulla corresponsabilità di tutti nei riguardi della casa comune.
Tutti noi ci ricordiamo il 27 marzo 2020 quando da solo, in una piazza S Pietro vuota, durante il Covid, disse a tutto il mondo: “Tu Signore ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri […] nessuno si salva da solo”.
Fino all’ultimo poi, di fronte all’infuriare delle tante guerre, Papa Francesco ha incessantemente elevata la sua voce implorando la pace e invitando alla ragionevolezza, alla trattativa per trovare le soluzioni possibili, perché la guerra – diceva – lascia sempre il mondo peggiore di come era precedentemente: essa è per tutti sempre una dolorosa e tragica sconfitta. “Costruire ponti e non muri” è l’invito che ci siamo sempre sentiti ripetere.
Quanti avvenimenti abbiamo vissuto in questi anni e che grande cammino ha fatto papa Francesco con noi e quanto altro avremmo potuto ricordare questa sera.
Ma vorrei però soffermarmi sull’ultima enciclica che papa Francesco ci ha lasciato qualche mese fa, la Dilexit nos, perché è proprio il cuore di tutto il suo pontificato. Un cuore vivo e pulsante perché è il cuore stesso di Cristo, il centro del suo Essere, una fornace ardente di amore divino e umano. È lì, in quel Cuore, che finalmente riconosciamo noi stessi e impariamo ad amare. “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?” si dicono infatti i discepoli di Emmaus dopo aver percorso un lungo tratto con il Risorto senza averlo riconosciuto.
C’è forse in tutti noi, in fondo, la nostalgia di quell’Incontro. Il desiderio di una nuova nascita.
+ Giovanni Mosciatti