Imola, Cattedrale di San Cassiano, 1° aprile 2026
“Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. (Lc 4, 20-21)
Gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Quanto è importante nella nostra vita questo sguardo così intenso e profondo a Cristo! Se distogliamo gli occhi da Lui, dalla sua presenza, rischiamo di non comprendere più quello che siamo chiamati ad essere, la profondità della nostra vocazione. Oggi è proprio il giorno in cui facciamo memoria del dono che abbiamo ricevuto, dello sguardo con cui noi stessi siamo stati guardati e amati. Noi, poveri esseri umani, in virtù del Sacramento possiamo parlare con il suo Io: in persona Christi. Egli vuole esercitare il suo sacerdozio per nostro tramite. Questo mistero commovente, che in ogni celebrazione del Sacramento ci tocca di nuovo, noi lo ricordiamo in modo particolare nel Giovedì Santo.
Con il gesto antichissimo dell’imposizione delle mani Il Signore ha preso possesso di noi. Siamo sotto la protezione delle Sue mani, sotto la protezione del Suo cuore. Siamo custoditi nelle Sue mani ed Egli unge le nostre affinché, nel mondo, diventino le Sue. Vuole che siano strumenti del servire, non strumenti per prendere le cose, gli uomini, per ridurli in nostro possesso, ma che invece trasmettano Lui stesso, la Sua presenza, il tocco del Suo amore.
Non dobbiamo aver timore, ricordiamoci che le nostre mani sono state unte con l’olio che è il segno dello Spirito Santo e della sua forza. Gesù si presenta oggi nel Vangelo come l’Unto di Dio, il Cristo, allora questo vuol proprio dire che Egli agisce per missione del Padre e nell’unità con lo Spirito Santo, non cerca sé stesso, ma la comunione con il Padre.
Fissiamo ancora il nostro sguardo su di Lui e stendiamo le mani verso di Lui. Lasciamo che la sua mano ci prenda, come accadde a Pietro che stava per affondare dopo l’invito di Gesù a camminare sulle acque verso di Lui. Egli prende le nostre mani e ci guida. Quante volte ripetiamo sottovoce, prima della comunione, “…non permettere che sia mai separato da te”. Chiediamo di non trovarci fuori dalla comunione col suo Corpo, con Cristo stesso. Chiediamo che Egli non lasci mai la nostra mano.
Questa comunione con Cristo non è appena una questione intellettuale. Abbiamo bisogno di conoscerLo in modo sempre più personale, ascoltandolo, vivendo insieme con Lui, trattenendoci presso di Lui. Come è importante questo ascolto.
Il sacerdote non è anzitutto uno che parla. È uno che ascolta. Ascolta Dio, prima di tutto. Ascolta la Parola. Ascolta la propria coscienza. Ascolta la Chiesa. Ascolta il popolo affidato. Solo a partire da questo, può parlare in modo vero, sacerdotale. La vera sapienza non nasce dalla fretta, dalla strategia o dall’efficienza. Altrimenti rischiamo di parlare tanto, fare tanto, correre tanto, e intanto non ascoltare più davvero né il
Signore né le persone. Pensiamo di pregare perché diciamo molte cose a Dio. La tradizione biblica ci riporta invece una realtà più profonda: la preghiera comincia quando si lascia spazio a Dio perché parli: “Parla, Signore, il tuo servo ascolta”. Un prete, un diacono, che non ascolta più nella preghiera rischia di portare nel ministero solo sé stesso, le sue idee, i suoi umori, le sue reazioni.
Da questa radice nasce anche l’ascolto pastorale. Ascoltare una coppia in crisi, una famiglia ferita, un confratello stanco, una persona confusa, un giovane smarrito, non è semplice. Chiede pazienza, silenzio interiore, capacità di non invadere subito tutto con parole, consigli o giudizi. Chiede preghiera. Come è importante questo per non diventare sacerdoti rumorosi e superficiali. E così possiamo vincere la tentazione di stare sempre al centro, di spiegare tutto, di rispondere subito a tutto, di occupare ogni spazio con la nostra voce. Un sacerdote che ascolta Dio e l’uomo con verità, anche quando parla poco, può diventare una presenza che sostiene, consola e salva.
Carissimi, questa comunione con Gesù, questa amicizia con Lui, è sempre, insieme, amicizia con i suoi. Siamo amici di Gesù nella comunione con il Cristo intero, con il capo e il Suo corpo nel mondo. Papa Leone, lo scorso giugno, a tutti i vescovi italiani, ha affidato compiti importanti: “Andate avanti nell’unità, come dice Agostino: “Non può dire l’occhio alla mano: non ho bisogno di te; o similmente la testa ai piedi: non ho bisogno di voi. Se il corpo fosse tutto occhio, dove l’udito? Se il corpo fosse tutto udito, dove l’odorato?” (Esposizione sul Salmo 130, 6). Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi. L’unità attrae, la divisione disperde. Questo è il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». E aggiunge: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv13,34-35)”.
Per questo è importante vivere una fraternità effettiva e affettiva tra di noi. Bisogna lavorare molto per vincere l’individualismo che ci fa diventare concorrenti, per imparare a costruire gradualmente relazioni buone e fraterne. Da questo punto di vista la vita comune è un aiuto che Cristo dà alla nostra esistenza, chiamandoci, attraverso la presenza dei fratelli, ad una configurazione sempre più profonda alla sua persona. Vivere con altri significa accettare la necessità della propria continua conversione e soprattutto scoprire la bellezza di tale cammino, la gioia dell’umiltà, della penitenza, ma anche della conversazione, del perdono vicendevole, del mutuo sostegno.
Inoltre, questa comunione con Cristo ci invita a non vivere il nostro ministero in modo isolato. Nei primi secoli della Chiesa era naturale che tutti i fedeli si sentissero discepoli missionari e che si impegnassero in prima persona come evangelizzatori. E il ministero ordinato era al servizio di questa missione condivisa da tutti. Oggi sentiamo con forza di dover tornare a questa partecipazione di tutti i battezzati alla testimonianza e all’annuncio del Vangelo. Abbiamo bisogno di preti, di diaconi capaci di discernere e riconoscere in tutti la grazia del Battesimo e i carismi che ne scaturiscono, magari anche aiutando le persone ad aprirsi a questi doni, per trovare il coraggio e l’entusiasmo di impegnarsi nella vita della Chiesa e nella società.
Carissimi, contempliamo e adoriamo il Mistero di Amore che si fa Uomo Fragile per abitare e salvare la nostra fragilità umana. Lui ci ha attratto con il Suo inconfondibile tratto. Lasciamoci trovare da Lui che continuamente ci cerca. Lasciamoci solo amare. Chi si avvicina a noi rimanga incollato a Cristo, non alle nostre povere persone. Siamo strumenti del Suo Amore. Siamo le Mani Trafitte di Cristo da cui esce il Suo perdono. Siamo i Suoi occhi. Guardiamo la gente con gli occhi di Cristo, solo Lui è la strada per la Salvezza.
Lasciamoci amare pienamente senza cercare altrove riconoscenza e comprensione. Che non abbiamo ad aver paura di mettere al centro Lui e non i nostri progetti per cercare di attirare la gente.
Preoccupiamoci solo di rimanere in rapporto con Lui, in quella relazione di Amore che ci ha chiamato a servire e a donare la vostra vita. Teniamo fissi i nostri occhi su di Lui, come Maria.
Mons. Giovanni Mosciatti
vescovo della Diocesi di Imola
01/04/2026