Siamo in cammino. Il 24 ottobre, all’apertura della porta santa della cattedrale, si è anche ufficialmente aperto il percorso sinodale diocesano, con la consegna della lampada accesa ai referenti. «Lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (sal 119, 105). Questo cammino sinodale è semplice, libero: il protagonista è lo Spirito che sempre parla al cuore dell’uomo. Chi trova difficoltà a inquadrarlo, potrebbe provare a ribaltare la prospettiva: non è un evento da realizzare, è piuttosto come stare nel tempo, come stare con le persone, come stare nel mondo. A febbraio 2020 uscì l’indagine Gente di poca fede, il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, in cui il sociologo Franco Garelli affermava che Dio oggi è «più sperato che creduto». Già dai dati pre-pandemia al centro del rapporto uomo-Dio emergevano la domanda, il dubbio e la ricerca degli uomini oggi, piuttosto che granitiche certezze. In questo cammino sinodale, si vuole ascoltare queste domande, queste tensioni. L’accento è sull’ascolto, sulle esperienze e domande delle persone, in una consultazione il più ampia possibile: al vissuto delle persone occorre avvicinarsi come a terra sacra. Nel messaggio ai presbiteri e operatori pastorali, i vescovi ripetono che «l’ascolto non è una semplice tecnica per rendere più efficace l’annuncio; l’ascolto è esso stesso annuncio, perché trasmette all’altro un messaggio balsamico: tu per me sei importante, meriti il mio tempo e la mia attenzione, sei portatore di esperienze e idee che mi provocano e mi aiutano a crescere. Ascolto della Parola di Dio e ascolto dei fratelli e delle sorelle vanno di pari passo». Il tempo che ci è donato, che ci è dato di vivere esige di assumere la leggerezza e l’agilità perseverante dei pellegrini che camminano sempre verso la meta, cercando di farlo insieme, fratelli tutti, in particolare con gli ultimi. È un dono che riceviamo, questo cammino sinodale! Ci permette di soffermarci ad ascoltare le domande vere che abitano nel cuore degli uomini e delle donne con cui condividiamo esperienze, luoghi e percorsi, anche fuori dall’ambito ecclesiale. Tali domande risuonano in contesti culturali sempre più variegati; siamo pronti a lasciarci interpellare da esse? E a fare un esodo da noi stessi, per cercare insieme? Nella lettera indirizzata agli uomini e alle donne di buona volontà (pubblicata su Il Nuovo Diario Messaggero del 14 ottobre), i vescovi hanno ripetuto: «Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”». Emerge innanzitutto il nostro bisogno di conversione, il richiamo sempre attuale alla missione (che è l’identità della Chiesa). È un bisogno esigente, non perché “perdiamo terreno” ma perché “il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te” (Sant’Agostino). Il desiderio di pienezza e di felicità che abita il cuore di ciascuno di noi si innesta nella precarietà e fragilità dell’esistenza e la Chiesa deve abitarla e camminare a fianco di chi prova tutto ciò: lo ha sempre fatto, lo fa, ora forse è il momento di prenderne maggior consapevolezza e metodo. Ascolto, incontro, accompagnamento, sono alcune delle linee guida per un metodo che ci è offerto per costruire insieme, nella partecipazione e nel coinvolgimento, questo percorso, sapendo che tutti saremo interpellati in profondità, al di là dei compiti e dei ruoli operativi, anche coloro che rifiuteranno di dare un apporto, non potranno esimersi dal considerare il percorso che viene proposto: potranno rifiutarlo e rigettarlo, ma faranno fatica a ignorarlo. Ricordando che l’ascolto sarà il primo passo, cui altri seguiranno, in un continuo, reciproco scambio tra pastori e popolo di Dio. Per ora ci è chiesto non di fare cose, ma andare in profondità delle domande. Ogni diocesi è chiamata a fare il suo passo, con la sua leggerezza, la sua gioia, il suo carico. E lo sappiamo: ogni cammino inizia dal primo passo.
Laura Pantaleoni