“Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il Suo volto e ti conceda pace”. Abbiamo ascoltato la grande benedizione che il Signore rivolge a tutto il popolo per mezzo di Mosè. Che risplenda per te il volto di Dio. Questa è la gioia, questa è la pace. Proviamo ad immaginare i pastori che se ne tornano pieni di gioia per tutto quello che avevano visto e udito. Che testimonianza di bene, di gratitudine. Pensiamo anche alla gratitudine nel cuore di Maria mentre guardava Gesù appena nato. Lei, insieme a Giuseppe, sanno da dove viene quel Bambino. Eppure è lì, piange, ha bisogno di mangiare, di essere coperto, accudito. Dalla Vergine Maria noi impariamo la gratitudine. Ed anche la speranza. Perché lei è certa che Dio è fedele alle sue promesse; e questa fede fa camminare nella speranza, e dona pace.
A tutti noi è chiesto di vivere questa speranza. In spem contra spem, sperando contro ogni speranza si sperimenta una operosità anche nelle condizioni più ardue e drammatiche. La speranza non è quando è tutto bello e chiaro, ma quando c’è da affrontare il buio. La speranza è quando non si vede soluzione, e occorre provare a cercare.
In questi giorni drammatici dobbiamo sempre credere che la pace è possibile. La speranza, l’unica speranza per le terre martoriate dalla guerra è vedere in atto un’altra logica, rispetto alla logica dell’odio, della vendetta, della violenza. La preghiera, come ci ricorda sempre il Papa, “è la forza mite e santa da opporre alla forza diabolica dell’odio, del terrorismo e della guerra”.
Ma cosa vuol dire per noi prendere in questi conflitti la parte della pace? E’ anzitutto un impegno e una responsabilità, perché non si dà pace se nel cuore vi sono sentimenti di odio, di violenza. Essere “artigiani”, “architetti” di pace, vuol dire essere costruttori di ponti e non di muri, di alleanze e non di conflitti. Non c’è davvero futuro con la violenza e con la spada. L’artigiano è un uomo libero, che partecipa con passione di tutto il processo fino al prodotto finale. Anche noi abbiamo bisogno oggi di questi artigiani. Abbiamo bisogno di vedere artigiani di pace e di riconciliazione in azione, per supportare la speranza in noi e suscitarla nei nostri fratelli uomini.
Dobbiamo però riconoscere che prima del poter o dover essere dei pacificatori abbiamo la responsabilità di essere “pacificati” noi stessi. È davvero l’esperienza dell’essere pacificati con Dio a fondare la possibilità autentica di essere operatori di pace. Noi siamo certi che il Signore muove i cuori, li tocca, ma l’uomo deve aprire la porta. Deve chiedere, deve domandare. La pace assieme al perdono è il dono che Gesù bambino dà ai Suoi perché lo diffondano. E questo è quello che permette di costruire nuovi rapporti. Senza perdono, senza riconciliazione le guerre lasciano solo orrori, gli errori divengono macigni, ed anziché costruire si aprono voragini sempre più incolmabili.
L’esperienza della pace e della conciliazione vince la paura e l’esperienza del perdono vince la disperazione. Siamo responsabili di questo, anche dentro il nostro lavoro e dentro le tante sfide che anche il progresso scientifico pone alla nostra convivenza.
Proprio per questo la preghiera che papa Francesco fa all’inizio del nuovo anno, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, è che “il rapido sviluppo di forme di intelligenza artificiale non accresca le troppe disuguaglianze e ingiustizie già presenti nel mondo, ma contribuisca a porre fine a guerre e conflitti, e ad alleviare molte forme di sofferenza che affliggono la famiglia umana. Possano i fedeli cristiani, i credenti di varie religioni e gli uomini e le donne di buona volontà collaborare in armonia per cogliere le opportunità e affrontare le sfide poste dalla rivoluzione digitale, e consegnare alle generazioni future un mondo più solidale, giusto e pacifico”.